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Lv 19,1-2.17-18; Sal 102,1-2.3-4.8 et 10.12-13;  1Cor 3,16-23; Mt 5,38-48

Gli insegnamenti di Gesù proposti da questo brano di Vangelo si possono comprendere meglio anche nel loro peso storico, se si pensa che era molto accesa l’ostilità contro i romani occupanti, che spesso angariavano le popolazioni, e contro varie categorie di persone ritenute empie: per esempio i pubblicani, peccatori per antonomasia, i samaritani, eretici per condizione, i pagani, impuri secondo la Legge. I rapporti sociali risentivano di queste distinzioni enfatizzate soprattutto dai farisei e dagli scribi, i quali marcavano le divisioni fino al punto che il semplice contatto con una persona appartenente a queste categorie rendeva legalmente immondi e impediva di partecipare al culto pubblico, se non dopo elaborati cerimoniali di purificazione.

Gesù, al contrario, si siede a mensa con i pubblicani (Levi-Matteo), conversa con la Samaritana, frequenta il territorio pagano di Tiro e Sidone. Mentre gli altri maestri sottolineavano ogni possibile distinzione tra Israele e pagani o peccatori, Gesù sembra volerle annullare. Egli vede il mondo e le persone in un modo diverso; egli guarda con gli occhi di Dio, il quale manda il sole e la pioggia su buoni e cattivi, su giusti e iniqui. La malvagità dell’uomo, infatti, non cambia i sentimenti di Dio nei suoi confronti. L’uomo scruta i difetti per difendersi dal male che gliene può venire; Dio guarda all’opera delle sue mani e se ne compiace, Dio è sempre uguale a se stesso: è buono. Gesù vuole che ognuno abbia la qualità propria del Padre, che è la misericordia. È possibile mantenere vivo questo sentimento, che costituisce «giusti» (=santi) agli occhi di Dio, coltivando la consapevolezza di essere rivestiti di misericordia da Dio, tenendo saldo il ricordo del perdono ricevuto, che è sempre tanto per tutti. Ogni volta che, col suo perdono, Dio ha coperto la nudità dell’uomo (cf Gn 3,21), gli ha restituito la dignità perduta, gli ha ridato un volto, gli ha rinnovato la forza perché possa vivere … gli ha fatto sentire la forza vivificante della sua bontà. Chi tanto ha ricevuto, tanto deve dare; chi è stato tanto amato, deve anche amare molto (cf Lc 7,47).

Le pene previste dalla Bibbia sono tipiche di una società nomade, dove non esistono altri mezzi per ristabilire il diritto offeso che quello di restituire male per male secondo una regola di equità e proporzione: la sola cautela, infatti, è di non esagerare nella vendetta, che nel suo rigore non deve superare l’offesa.

La Legge prevedeva il diritto di vendetta, benché proporzionata. Gesù insegna a rinunciarvi a favore del perdono. L’atteggiamento proposto da Gesù è quello del servo obbediente e mite di cui parla il Profeta Isaia (cf Is 43-53); esso si lascia condurre al macello come un agnello, affidandosi a chi vuole fargli del male e confidando a Dio la sua causa. È in questione la lotta contro il male in se stesso, che qui, concretamente, assume l’aspetto dell’aggressione più ingiusta e scandalosa: quella contro l’innocente. La legge, con il suo rigore e con le pene che prevede, vuole porre un argine al male, ma non è in grado di vincerlo; infatti la paura della pena talvolta inibisce il malvagio, ma soltanto per poco, perché fino a quando nel cuore il male troverà spazio, sarà questione di tempo e, giunta l’occasione, esploderà.

Allora occorre interrogarsi sulla radice del male. L’esperienza insegna che il male nasce dal dolore. Può trattarsi di un dolore avvertito – dunque un dolore fisico o morale -, ma può essere anche un dolore di natura diversa, come quello avvertito come disagio o bisogno. Quanto più esso è forte, tanto più grande sarà il male che esso potrà generare. Comunque il dolore venga avvertito, genera una reazione di difesa, di aggressione o di offesa. Può manifestarsi nella tensione ad impossessarsi di un bene dal quale si fa dipendere l’estinzione del dolore avvertito o nel neutralizzare il male, distruggendone la causa; e se lo scopo viene frustrato, allora la violenza torna su se stessa distruggendo chi l’ha prodotta. Infatti il male infligge una ferita nel cuore di chi lo subisce, e il dolore che ne deriva spinge alla vendetta, innescando una spirale inarrestabile. E la vendetta resta tale anche se soddisfatta sotto l’egida della Legge. Contrariamente a come può sembrare, il diritto offeso non viene risarcito dalla pena inflitta al colpevole, ma con la vendetta di accresce il male oggettivo, ancorché possa acquietare l’ira di chi fu offeso per primo. Quanto poi alla Legge, la storia dimostra la sua inefficacia a contenere il male e meno ancora a vincerlo. La funzione della Legge infatti è indicare il bene e mettere in guardia dal male. La sanzione è un mezzo posto in essere dall’uomo e, al più, potrà avere funzione deterrente, ma non ha la capacità di estinguere il male dal luogo in cui esso viene concepito, cioè il cuore dell’uomo. Dio ammonisce Caino, figura dell’uomo ostaggio della tentazione: «Se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dominalo» (Gen 4,7).

Se la radice del male è il dolore, il solo modo per estinguerlo è interrompere attraverso il perdono la catena che lo perpetua. Se chi ha subito il male rinuncia alla vendetta, benché la Legge gliene riconosca il diritto, il male è bloccato, venendo meno la sua forza interna: se chi ha subito il male non fa del suo dolore la ragione per infliggere il male a sua volta, il malvagio resta inchiodato alla sua responsabilità dalla stessa frustrazione del male commesso. E il perdono, cioè come l’espressione dell’amore che si mantiene fedele, benché offeso, afferma la vittoria della vita sulla morte. Il dolore comunque sia stato generato – dalle circostanze della vita o dalla malvagità dell’uomo – non ha sortito il suo scopo, cioè di generare a sua volta altro dolore; e il malvagio – se quel dolore fu prodotto dalla cattiveria – resta solo e frustrato col male che ha commesso, non dovendosi difendere dalla «giusta» vendetta di chi potrebbe chiedergliene ragione. Non gli resterebbe neppure l’alibi della difesa da chi potrebbe reclamare giustizia. Il male di cui si rese responsabile resterebbe davanti ai suoi occhi come il documento di una cattiveria dalla quale dovrà emendarsi rinnegandolo, per avere la comunione dei suoi simili. Dunque, non nella vendetta, ma nel perdono è la vittoria della Vita. Per questo Gesù insegna a cedere sul diritto e a resistere nella fedeltà alla vita per non lasciarsi coinvolgere e travolgere dalla logica del male. Gesù non chiede di rinunciare alla giustizia, ma di lasciarla a Dio, perché lui solo, che conosce il cuore dell’uomo, può renderla in pienezza.

Il sole e la pioggia non fanno differenze. Sono un segno per l’uomo di fede: Dio è il Signore del cielo e della terra; è lui che governa il corso del sole e manda le nubi a ristorare la terra assetata. Dio è fedele a tutte le sue creature: non fa differenze, ma a tutti dà il cibo al tempo opportuno, perché egli ama tutti e nulla disprezza di quanto ha creato, lui che con le sue mani ha plasmato la terra. Che accadrebbe, infatti, se Dio amasse con i criteri dell’uomo? Chi mai si salverebbe? Chi potrebbe dire di sé: “Io sono giusto ai suoi occhi”? Il Signore è fedele nell’amore anche alle creature che gli divengono nemiche.

A partire da questo esempio, Gesù invita ad essere magnanimi, come il Padre celeste. Il Signore esige molto, perché non si limita a domandare di non portare rancore verso i nemici e i persecutori, ma chiede addirittura di amarli, essendo anch’essi suoi figli e opera delle sue mani. Perciò Gesù invita ad avere un cuore grande come il cuore di Dio, che non sa odiare, ma vuole la vita piena per tutti; egli sa guardare oltre la cattiveria e mantiene viva la speranza anche per il malvagio.

Non è facile accettare un Dio che abbatte i muri alzati dalla giustizia per chiedere di considerare fratello colui che si è fatto nemico e persecutore. Gesù chiede di rivestire gli stessi suoi sentimenti (cf Fil 2,5), lui che sulla croce ha pregato per i suoi persecutori e li ha giustificati dinanzi al Padre (cf Lc 23,33-34). In questo, dunque, sta la perfezione, nell’essere misericordiosi (Cf Lc 6,36) fino al punto da amare i nemici e pregare per i persecutori.

Gesù chiede di amare come ha amato lui sulla croce. Il discepolo avrà veramente appreso la lezione del maestro quando avrà imparato ad amare così. Perché il peccato e la morte sono vinti quando si continua ad amare il fratello, nonostante ti strappi la vita a morsi: questa è la condizione per restare vivi oltre la morte; non vi è altra forza in grado di resisterle alla morte se non un amore grande fino a dare la vita. Tutto cambia se si considera il malvagio come un fratello con la morte addosso. Da chi si ama si sopporta tutto.

Gesù domanda, dunque, di superare la frontiera fissata dalla Legge, dal buon senso e dalla paura, cioè domanda di amare non solamente gli amici e di non trattare soltanto con i propri pari, coltivando la speranza di trarre qualche vantaggio. Ma chiede, anzi esige, per essere cittadini del regno, che si vinca il male radicale attraverso l’amore radicale, come egli ha mostrato sulla croce quando ha pregato per tutti coloro che avevano voluto la sua morte.

Ed ecco l’esercizio pratico dell’amore (che non è sentimentalismo, ma spendere la vita nel servizio): soccorrere coloro che non possono fare altrettanto. Proprio come il sole, al quale nessuno restituisce i suoi raggi, come Dio, che non riceve mai di rimando tutto l’amore che dà. La gratuità è la dimensione di Dio e chi ama il nemico fa una cosa da figlio di Dio. Questa è l’opera della giustizia per eccellenza, questa, cioè, è la santità.