Selezionare una pagina
Tel: 06 69 70 01 (centralino) - 06 69 91 653 (emergenze) - Anno Santo della Misericordia

Is 49,14-15; Sal 61,2-3.6-7.8-9ab; 1Cor 4,1-5; Mt 6,24-34

Se si osservano gli animali si può notare che la più gran parte della loro attività è volta alla ricerca del cibo; più in generale essi cercano istintivamente la risposta ai loro bisogni: tutto è regolato dall’istinto ed è spinto dalla necessità. In certa misura questo è vero anche per l’uomo; egli è in grado di progettare la sua vita e di dare un ordine alle proprie attività, ma resta comunque sottoposto alla necessità di provvedersi dell’indispensabile per vivere. Se poi i suoi bisogni si moltiplicano egli si espone in misura maggiore all’ansia di procurarsi ciò che gli serve. Sicché il cibo, la bevanda e il vestito, quanto più aumenta il bisogno, possono avere come prezzo la libertà. Questo vale molto di più per la ricchezza e il successo: vi sono dei personaggi che avendo un ruolo pubblico sono condizionati in tutto, dall’aspetto all’espressione del loro pensiero. Se, come è accaduto di recente a un noto industriale, uno nella sua posizione esprime sulla famiglia idee controcorrente rispetto alla cultura dominante rischia di perdere una parte del suo mercato; se un politico dice cose sgradite, perde una parte dei suoi elettori… se poi si volessero portare esempi prendendoli dalla vita delle persone comuni basterebbe osservare quanti compromessi molti devono accettare per non dovere affrontare disagi o addirittura la perdita del lavoro o altro ancora.

Quanto maggiori sono i bisogni tanto più ci si trova esposti al ricatto e al compromesso.

Ma per l’uomo al quale stanno a cuore la dignità e la libertà e per il cristiano che trova la pienezza della propria dignità e della libertà nella piena adesione a Cristo viene il momento in cui deve compiere delle scelte onerose, perché «Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro – dice chiaramente Gesù –: non potete servire a Dio e a mammona».

Bisogna andare alla domanda dalla quale è partito l’Evangelista per proporre l’insegnamento di Gesù.

La sua comunità – un piccolo gregge al quale,
però, il Padre si è compiaciuto di dare il suo Regno – viveva in mezzo a un mondo pagano, fondato sullo sfruttamento delle risorse e dei popoli. Le grandi e splendide città romane proponevano a chi se lo poteva permettere, il lusso e una vita piena di agi: per mantenere la capitale servivano le risorse di un impero! Perfino gli schiavi delle famiglie più ricche beneficiavano delle potenza e della ricchezza dei loro padroni. Sicché per i cristiani – quasi tutti di umile condizione – diventava forte la tentazione di scendere a compromessi, anche perché le necessità quotidiane premevano.

Scendere a patti col potere nella sua forma più immediata, cioè la ricchezza, significava e significa ancora accettarne la logica, che è sempre di sfruttamento e di sopraffazione del più forte sul più debole; significa ancora essere disposti a cedere qualcosa in cambio di un beneficio. Il bisogno e – più ancora – il desiderio di qualcosa può diventare la porta attraverso la quale passa la corruzione. Ma soprattutto il costo del potere e della ricchezza è sempre la libertà.

Gesù ricorda senza mezzi termini che non è possibile conciliare l’amore e il servizio di due padroni; e il denaro è un padrone terribilmente esigente, che pretende di essere custodito e servito con grande cura. Sullo sfondo si può intravvedere la grande avventura di Israele in Egitto, il paese più ricco, più potente e più ingiusto del mondo antico. Il popolo era schiavo del Faraone, che pretendeva di essere il figlio del più grande degli dei del suo olimpo e con l’autorità che ne derivava e con la minaccia della forza imponeva pesi insopportabili e teneva sottomessi i popoli. Dio aveva mandato Mosè a guidare Israele verso la libertà nella terra dei Padri. Si doveva abbandonare la terra dell’opulenza e affrontare il deserto. Ma il popolo ebbe fame e rimproverò Mosè per averli portati in quel luogo inospitale: ricordavano il cibo dell’Egitto ed erano disposti a tornare schiavi pur di avere il pane garantito.

Dostoewski, in una pagina straordinaria dei Fratelli Karamazow, «La Leggenda del Grande Inquisitore», mostra Gesù legato davanti all’Inquisitore, che gli rimprovera di avere dato agli uomini la libertà, mentre essi sono disposti a cederla in cambio della risposta alle loro necessità:

«Vedi Tu invece queste pietre in questo nudo e infocato deserto? Mutale in pani e l’umanità sorgerà dietro a Te come un riconoscente e docile gregge, con l’eterna paura di vederti ritirare la Tua mano, e di rimanere senza i Tuoi pani”. Ma Tu non volesti privar l’uomo della libertà e respingesti l’invito, perché, cosí ragionasti, che libertà può mai esserci, se la ubbidienza è comprata coi pani? Tu obiettasti che l’uomo non vive di solo pane, ma sai Tu che nel nome di questo stesso pane terreno, insorgerà contro di Te lo spirito della terra e lotterà con Te e Ti vincerà, e tutti lo seguiranno , esclamando: “Chi è comparabile, a questa bestia? Essa ci ha dato il fuoco del cielo!”. Sai Tu che passeranno i secoli e l’umanità proclamerà per bocca della sua sapienza e della sua scienza che non esiste il delitto, e quindi nemmeno il peccato, ma che ci sono soltanto degli affamati? “Nutrili e poi chiedi loro la virtú!”, ecco quello che scriveranno sulla bandiera che si leverà contro di Te e che abbatterà il Tuo tempio. Al posto del Tuo tempio sorgerà un nuovo edificio, sorgerà una nuova spaventosa torre di Babele, e, quand’anche essa restasse, come la prima, incompiuta, Tu avresti però potuto evitare questa nuova torre e abbreviare di mille anni le sofferenze degli uomini, giacché essi verranno a noi, dopo essersi arrovellati per mille anni intorno alla loro torre! Essi torneranno allora a cercarci sotto terra, nelle catacombe, dove ci nasconderemo (perché saremo di nuovi perseguitati e torturati), ci troveranno e ci grideranno: “Nutriteci, perché quelli che ci avevano promesso il fuoco del cielo non ce l’han dato”. E allora saremo noi a ultimare la loro torre, giacché la ultimerà chi li sfamerà e noi soli li sfameremo, in nome Tuo, facendo credere di farlo in nome Tuo. Oh, mai, mai essi potrebbero sfamarsi senza di noi! Nessuna scienza darà loro il pane, finché rimarranno liberi, ma essi finiranno per deporre la loro libertà ai nostri piedi e per dirci: “Riduceteci piuttosto in schiavitú ma sfamateci!”.

Comprenderanno infine essi stessi che libertà e pane terreno a discrezione per tutti sono fra loro inconciliabili, giacché mai, mai essi sapranno ripartirlo fra loro!» La scelta è inevitabile: Gesù lascia liberi, ma chi decide di stare con lui deve imparare a vivere in un modo diverso, fondato sulla fiducia in Dio, che provvede alla sue creature, perché le ama.

Nel mondo vi sono tante situazioni che sfidano la parola del Vangelo; infatti interi popoli sono minacciati dalla fame e a migliaia muoiono perché non hanno neppure l’essenziale a motivo, spesso, di rivalità e conflitti. Ancora si assiste a migrazioni bibliche causate da guerre e carestie… la cui causa va cercata negli interessi di pochi. Eppure questa Parola continua ad essere annunciata e ad essere vera: il Padre nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli del campo. Allora la domanda sarà: chi impedisce agli uccelli del cielo di beccate il seme che il Padre ha sparso per loro? Chi spoglia i gigli del campo della loro bellezza?

Nella prima delle beatitudini Gesù si congratula con i poveri e li dichiara beati perché Dio ha udito il loro grido e ha deciso di venire in loro soccorso, così come fece con Israele schiavo nella terra di Egitto. Egli dice loro: «Beati perché vostro è il regno dei cieli».

Questi «poveri» sono coloro che hanno compreso quanto è importante aiutare gli uomini – tutti gli uomini – a sentirsi amati da Dio; questo, infatti, è annunciare il Vangelo. «Regno di Dio» e «giustizia» (cioè la volontà di Dio) sono termini che si corrispondono: chi compie la volontà di Dio, lo rende presente e manifesta nella storia la sua santità; più chiaramente: introduce nel mondo la Vita. Il segno ne è la pace e il servizio generoso all’uomo perché viva felice sulla terra e, grato, renda lode a Colui che lo ha creato. Operare affinché il mondo degli uomini viva nell’armonia che Dio aveva voluto fin dal principio significa fare in modo che il mondo sia «santo», cioè purificato da tutto ciò che nasce dalla sfiducia, dalla paura e dalla cattiveria, cioè la rapina e l’iniquità.

Bisogna decidere se fidarsi di Dio o se provvedere a se stessi mediante il denaro. Se scegliere il Dio della libertà o venire a patti con la tirannia della ricchezza. Dio e mammona sono talmente distanti da non potersi conciliare.

Gesù risponde alla domanda che chiunque potrebbe rivolgergli, posto dinanzi a questa alternativa, e dice: «Per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete»; infatti è la preoccupazione per la vita che induce a venire a patti con la ricchezza (e con la logica della ricchezza), fino al punto da essere soggiogati dall’avidità. E continua: «Chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?»; dunque, «Perché vi affannate?». Il Padre si prende cura anche di chi non lavora, come gli uccelli del cielo e i gigli del campo, forse che trascurerà chi compie la sua volontà e cerca di farla conoscere agli uomini perché abbiano la vita? Il discepolo non si deve lasciare afferrare dalle preoccupazioni, né guardare troppo lontano, ma vivere con fiducia giorno per giorno. E’ ciò che fanno i poveri che Gesù ha dichiarato beati, perché Dio ha pensato a loro come ai più capaci di compiere la sua volontà (cioè di vivere da «santi») rendendo visibile la signoria di Dio; ad essi non è consentito fare progetti a lungo termine: non ne hanno i mezzi. I poveri vivono di fiducia o non vivono. Questo è lo «scandalo» del Vangelo, che può intendere solamente chi lo sceglie e lo prova.