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1Re 17,17-24; Sal 29; Gal 1,11-19; Lc 7,11-17

 

Al centro del messaggio di questa domenica c’è la compassione, che non solo porta consolazione, ma diventa potenza di risurrezione e di vita.

La risurrezione del figlio della vedova di Sarepta a opera di Elia attesta, agli occhi della donna, la sua qualità di uomo di Dio, autentico ministro della sua parola.

Così, la resurrezione del figlio della vedova di Nain attuata da Gesù rivela il Signore, agli occhi di “tutti”, come un grande profeta, colui nel quale Dio stesso visita il suo popolo.

In entrambi i racconti di risurrezione è presente una struttura sacramentale: parole e gesti che convergono nel dare vita e rendere manifesta la presenza e l’azione di Dio stesso.

Chi è il profeta?

La prima lettura mostra due visioni contrastanti del compito profetico.

Nelle parole angosciate e disperate della vedova, il profeta appare come colui che svela i peccati dell’uomo, facendosi ministro di un Dio giudice che punisce.

In questa prima visione il profeta colpevolizza, umilia, fa morire.

Nell’operato di Elia, invece, il profeta appare colui che intercede e dà vita, libera dal male e fa il bene.

Se il profeta manifesta il peccato, lo fa solo perché appaia ancora più evidente la misericordia e la grazia sovrabbondante di Dio.

Il vero profeta annuncia e attua la salvezza di Dio agli uomini facendo il bene e dando vita, come Gesù.

Nel vangelo Gesù appare il Signore della vita creando relazione là dove vi è inconciliabilità, opposizione, estraneità.

Gesù opera alla porta della città, cioè nel luogo che pone in comunicazione interno ed esterno, città e campagna, luogo dei vivi e luogo dei morti.

Gesù fa avvenire l’incontro tra il corteo funebre che esce dalla città e il corteo che lo accompagna per entrare in città.

Questi cammini opposti, – uno che va verso la morte e l’altro verso la vita – che sono destinati solo a incrociarsi, sono invece condotti da Gesù a incontrarsi.

L’evento straordinario della risurrezione nasce da uno sguardo di amore che diviene gesto, azione, parola, dunque storia, grazie a un’intima decisione di Gesù.

L’evento grandioso di restituire la vita nasce nel segreto e nel nascondimento del cuore, e scaturisce dalla compassione, ossia dal desiderio e dalla volontà di Dio di essere con l’uomo anche nel suo dolore e nella sua morte.

Dio ci attende e ci incontra sulla porta del nostro cuore e della nostra interiorità, là dove ciò che è più intimo a noi si apre al dono.

La porta è sempre un varco, una apertura, una breccia nelle mura che innalziamo per sentirci al sicuro e protetti da tutto ciò che è esterno, che è estraneo, che è straniero.

Con questa immagine Luca sta dicendo che là dove Dio è un estraneo – cioè uno da cui ci si deve difendere tenendolo fuori dal nostro cuore – lì abita la morte.

Ma paradossalmente è un bene che questa morte interiore venga all’esterno, perché solo così può incontrare il Signore della vita, che vuole guarirci con la sua compassione.

Nella casualità dell’incrociarsi, Gesù decide liberamente e volontariamente l’incontro, la compromissione, la comunicazione.

Già lì vi è la vittoria della vita sulla morte.

Per dare vita Gesù crea relazione, e per creare relazione deve lui stesso entrare in comunione con l’uomo.

Il suo vedere e toccare creano senso nell’assurdo della morte dell’unico figlio di una vedova.

E allo sguardo segue la parola: “Cessa di piangere”. Una parola che appare assurda, senza senso, addirittura senza rispetto.

Anche il suo toccare il feretro è accompagnato da una parola folle rivolta al morto: “Ragazzo, dico a te, alzati”.

Eppure, la parola di Gesù sa raggiungere il tragico dell’esistenza umana. Ed è una parola audace e autorevole, una parola di amore.

Si tratta di una parola che nasce dalle viscere di misericordia di Gesù, che lo coinvolge totalmente e che non teme di apparire insensata.

È una parola che dice e che dà, che agisce e opera: è una parola umana che rivela Dio, una parola che racconta Dio come “amante della vita.

È un messaggio di speranza quello che giunge dalle letture proclamate, per cui possiamo domandarci con fede: come mi guarda Dio, nelle mie fatiche, nelle mie sofferenze e come mi tocca nelle mie ferite e inquietudini, per creare senso, per consolarmi, per incontrarmi?

Quali sono le porte e i varchi della mia vita in cui incrocio il Signore che vuole visitarmi?

C’è nel vangelo anche una chiara dimensione ecclesiologica.

L’azione di Gesù non consiste solo nel dare vita al morto, ma anche nel riunire i due cortei separati in un unico atto di riconoscimento e di lode: “Tutti glorificavano Dio”.

Questa duplice azione salvifica del Signore è affidata ora a noi che formiamo la Chiesa.

Siamo infatti chiamati tutti a essere segno della compassione di Dio; la nostra vocazione è di stare sulla soglia desiderando incontrare, desiderando vedere e toccare, volendo fare comunione, portando vita dove c’è morte, pienezza di senso dove c’è assurdità.

MM