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Gb 38, 1. 8-11. Sal. 106, 23-24. 25-26. 28-29. 30-31. 2Cor 5, 14-17. Mc 4, 35-41.

 

«Non t’importa che siamo perduti?»: vale la pena osservare attentamente quest’espressione. «Siamo perduti»: è un’affermazione definitiva, e supportata da fatti concreti: le onde si rovesciano nella barca, onde gelide, sporche, fangose; è ormai buio, non si vede una luce, l’alba sembra non arrivare più, si sentono le grida dalle altre barche che sono sballottate dalle onde come noi. La barca è ormai piena di acqua, ed è impossibile ormai buttarla fuori: il naufragio è certo, la morte imminente. Sul mare di Galilea, che in realtà è un lago, sono anche oggi frequenti queste burrasche improvvise: in pochi minuti una serata che appariva tranquilla anche ad occhi esperti di pescatori, come dovevano essere quelli dei discepoli, si rivela una trappola per chi si è messo in mare, e in un lago si può andare a fondo, tanti sono i vortici delle correnti, più che nel mar Mediterraneo.

Da questi fatti oggettivi e incontrovertibili sembra evidente una conclusione: non ti importa di noi. Tu dormi: come potrai dormire in tutto questo trambusto, con la barca che va su e giù con le onde e col vento freddo e l’acqua, è impossibile da dire, ma certo è evidente che tu dormi, tanto è vero che dobbiamo svegliarti. «Siamo perduti», ma lo siamo perché tu ci hai portato qui, quando ci hai detto di passare all’altra riva. Ci hai promesso un’altra riva, ma non c’è: tu menti, ci hai ingannato, non c’è più un’altra riva.

E’ proprio dello spirito cattivo questo avverbio: «non più», «mai più». La dinamica del male è sempre una porta che si chiude, una strada senza uscita, una via sbarrata. Se Gesù dice: io sono la via, la verità e la vita, ciò che a Lui direttamente si oppone non può che esprimersi e farsi da noi sentire in termini contrari: la via non è più percorribile, la verità non c’è, la morte inghiotte definitivamente la vita. Così era mosso dallo spirito cattivo chi afferma: « a metà della mia vita me ne vado alle porte degli inferi; sono privato del resto dei miei anni; non vedrò più il Signore sulla terra dei viventi, non vedrò più nessuno tra gli abitanti di questo mondo»(Is 38, 10-11). Non più, mai più: queste sono le parole preferite dallo spirito del male. Al contrario, era mosso dalla spirito buono il salmista che disse: «perché ti rattristi, anima mia, perché su di me gemi? Spera in Dio; ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio» (Sal 43, 5). Lo spirito buono è un «ancora», una fedeltà che continua, e che apre alla terra dei viventi, non rinchiudendoci nella terra dei morenti.

Questa dinamica mortifera può essere semplicemente psicologica, e un esempio particolarmente eloquente ne può essere la depressione, che è come un gorgo oscuro che ci inghiotte, oppure, più leggera, la malinconia: l’immagine è quella di un violino che suona una musica struggente, che ci riporta a un passato lontano, che non tornerà mai più. Una tentazione molto sottile, una vera tentazione impura: piangersi addosso e lasciarsi scivolare nella tristezza. A livello spirituale, sant’Ignazio afferma che «è proprio del cattivo spirito mordere, rattristare e porre impedimenti, inquietando con false ragioni, perché non si vada avanti», cioè a quell’altra riva già promessa. Le ragioni sono false non perché non ce ne siano tutti gli elementi oggettivi, l’acqua, le onde, il freddo, il buio, ma perché il ragionamento procede dalla conclusione che «non t’importa di me». Tutte le mozioni interiori che portano a una diminuzione di fede, che vuol dire fiducia, speranza e amore, tanto verso Dio, quanto verso il prossimo e se stessi, non possono venire da Dio. Non venendo da Lui, sono menzognere: procedono infatti dallo spirito cattivo, che è menzognero per definizione. Sono tentazioni, sotto l’apparenza di bene, cioè di motivi plausibili.

Così impariamo, secondo quanto insegna Paolo, a guardare noi stessi e la vita in generale non alla maniera umana; e se anche abbiamo conosciuto qualcosa in questo modo, cioè secondo i criteri di valutazioni puramente mondani, ora non lo conosciamo più così. Scopriamo che Dio non ci abbandona, anche se la stessa barca può affondare, e il percorso che intendevamo fare si interrompesse: scopriamo che Dio ci conduce ad una «riva» o approdo veramente «altra» rispetto a quella che pensavamo. Impariamo a seguire Gesù dove Lui ci porta, e non dove noi vorremmo portare Lui, alla riva alla quale ambiremmo andare e per il percorso che noi stessi desidereremmo fare. Questo poi è «vivere non più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro»: scopriamo con Giobbe che in effetti alle nostre onde, al turbinio della grandi acque che a volte sembra racchiudere la nostra vita, Dio stesso ha posto un limite, dicendo: «fin qui giungerai e non oltre». Il «non oltre», cioè il «non più» che temevamo non è rivolto a noi: Gesù ci riserva un «ancora» oltre le nostre paure e la nostra poca fede.

 

ODB