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1Re 19,16.19-21; Sal 15; Gal 5,1.13-18; Lc 9,51-62

Il testo evangelico segna una svolta nel vangelo di Luca.

Nella trasfigurazione Gesù discorreva con Mosè ed Elia del suo Esodo che stava per compiersi, ora inizia il suo cammino verso Gerusalemme, verso la croce e la gloria della risurrezione.

Nell’episodio della Trasfigurazione la voce del Padre riconosce Gesù come Figlio, nell’obbedienza alla sua volontà; nella pagina che è stata proclamata, anche il discepolo sarà riconosciuto come figlio se seguirà il Signore nel suo cammino, facendosi obbediente come lui.

Un terzo elemento che caratterizza il vangelo di oggi è la decisionalità e radicalità nella sequela, che non accoglie compromessi.

Se con il volto trasfigurato termina in Luca la catechesi dell’ascolto; con questo volto in cammino inizia la catechesi della visione.

Il vangelo non è solo parola da ascoltare, ma soprattutto via da seguire.

Una via che conduce alla contemplazione della croce e della tomba vuota, per sfociare nel cammino della Chiesa sulle strade del mondo.

In questa contemplazione del volto di Cristo noi veniamo trasformati dall’azione dello Spirito a immagine e somiglianza del Figlio.

Non è una contemplazione statica, perché siamo chiamati a fare nostre le scelte di Cristo, abbracciare il suo stile di vita seguirlo sui suoi sentieri.

La via del Signore, dunque, sarà anche la via del discepolo: non è possibile per la Chiesa seguire il Signore e partecipare alla sua gloria, evitando lo scandalo della croce.

In questo che è il dinamismo dell’amore ci sorprende una radicalità diversa, rispetto a quella richiesta a Eliseo nella prima lettura.

Perché Elia permette al discepolo di andare a congedarsi dal padre prima di seguirlo; mentre Gesù nel vangelo chiede un totale distacco e un deciso taglio con il passato?

Una risposta può essere trovata nel fatto che con Elia non siamo ancora nel compimento della promessa; ora, invece, con Cristo vi è la pienezza del tempo e non si può più attendere, perché ormai è giunto il giorno del Signore.

Elia che doveva precedere il suo volto è già venuto, la scure è posta alla radice degli alberi per tagliare ciò che è ridondante e chiamare all’essenzialità, bisogna dunque decidersi subito e tagliare con il passato per costruire una realtà nuova.

Il giudizio di Dio, che si realizza nella pienezza del tempo, mette in crisi ogni cosa.

È il momento dell’obbedienza e dell’abbandono alla novità che solo Dio può creare nella nostra storia.

Questa è la premura della Chiesa, cioè di ciascuno di noi battezzato nel nome di Cristo, che contemplando il volto dell’amato si accorge che l’incontro con l’Atteso è giunto.

Non c’è dunque tempo da perdere, anche noi dobbiamo indurire il nostro volto come fece Gesù nei confronti del suo esodo e rendere salda, stabile e irrevocabile la nostra sequela.

Già tutto è stato ricapitolato in Cristo e vi è un’urgenza escatologica che deve far ardere il nostro cuore verso ciò che è nuovo e definitivo.

Non si tratta qui di una delle novità degli uomini, di una moda, che presto invecchia per lasciare il passo a un’altra.

Nella pienezza del tempo, cioè qui e ora, si realizza per noi la Novità di Dio, che è il cuore del Figlio; una realtà che non tramonta perché è stabile per sempre.

È la novità di cui non ci stancheremo mai; che il nostro cuore desidererà sempre, che non avvizzirà con il tempo, perché è la roccia su cui fondare la nostra salvezza.

Per questo Gesù ci invita a non volgere lo sguardo indietro, a non cercare la salvezza altrove!

Chi ha veramente incontrato Cristo, chi si è innestato autenticamente in lui, non può che camminare diritto teso verso la promessa di Dio, lasciando tutte le false sicurezze.

L’aratore autentico – ci dice Gesù – non si volge indietro, ma traccia il solco diritto davanti a lui, il suo sguardo è teso verso Colui che gli viene incontro.

E la Chiesa deve arare il campo che è questo mondo perché possa accogliere la Parola del Signore, convertirsi e così essere trasformato da ciò che ascolta, accoglie, conosce e impara ad amare.

Dunque, l’unica garanzia che dobbiamo cercare è l’obbedienza a Dio e al suo futuro, cioè alla sua novità di salvezza.

Il rischio dell’uomo, anche del cristiano e della Chiesa, è di pretendere da Dio garanzie diverse dalla propria obbedienza a lui.

Paolo, invece, ci ricorda che Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; perché il nostro cuore cioè non fosse radicato nel passato, in ciò che è vecchio ma innestato nel suo per palpitare all’unisono con lui.

Chi è attaccato a cose, persone o al proprio “io”, e cerca altre sicurezze rispetto all’obbedienza lega il proprio cuore a realtà che lo allontanano dal Regno.

Solo seguendo il Signore che si avvia decisamente verso Gerusalemme, entreremo nel suo stesso rapporto di amore con il Padre.

La vera libertà si esprime nell’obbedienza e questa si manifesta nell’amore: solo così diventa autentico servizio e smette di essere umiliante servaggio.

MM