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Zc 9,9-10; Sal 144,1-2.8-9.10-11.13cd-14; Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30

Gli scribi –i sapienti e gli intelligenti ai quali allude Gesù – sostenevano che la conoscenza di Dio si ottiene mediante lo studio delle Scritture e la pratica dei precetti.

Gesù dice che questo non basta, perché il Signore chiede che la Parola diventi vita; infatti non è che dice “Signore, Signore” che entra nel regno, ma chi fa la volontà del Padre (cf Mt 7,21). Chi cerca la Sapienza si pone al seguito di Gesù diventandone discepolo: è lui il Maestro che ha parole di vita eterna (cf Gv 6,68). Ai suoi discepoli, infatti, il Figlio comunica il suo stesso Spirito e con esso la vera conoscenza di Dio.

Gesù parla di «sapienti» e di «intelligenti» in opposizione ai «piccoli». I primi indicano coloro che, appellandosi alla propria conoscenza delle Scritture, respingono l’insegnamento di Gesù; verso costoro, nel Vangelo di Luca, Gesù usa parole terribili: «Guai anche a voi, dottori della legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito! (…) Guai a voi, dottori della legge, che avete tolto la chiave della scienza. Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l’avete impedito» (Lc 11,46-48.52).

I «piccoli» sono quelli che non hanno nessuna particolare formazione; quelli che per la loro condizione non sanno, non contano, dipendono dagli altri, si fidano; i «piccoli» sono, ancora, quelli che ogni giorno apprendono la «sapienza» dalla vita; figura compiuta dei «piccoli» sono i bambini e i discepoli, cioè coloro che si mettono in ascolto della Sapienza. I «piccoli», ancora, sono i puri di cuore, i quali possono vedere il volto di Dio (cf Mt 5,). Esempio tipico di ciò che Gesù intende dire parlando della rivelazione del Padre ai «piccoli» è la confessione di Pietro, il quale ha proclamato che Gesù è il Messia non perché l’abbia compreso con una sapienza umana, ma perché il Padre glielo ha rivelato.

I «piccoli» sono quelli che accolgono Gesù e gli si stringono attorno per ascoltare la parola; l’immagine più immediata è quella della gente dei campi da cui Gesù stesso ha imparato le cose della vita durante gli anni di Nazaret, con loro egli ha una profonda sintonia e ne sente compassione, perché gli sembrano pecore senza pastore (cf Mc 7,34). A loro Gesù parlava servendosi di esempi presi dal mondo agreste e dalla vita di tutti giorni; ed essi si fidavano di lui, ne accoglievano la parola e gioiavano al vedere i segni che l’accompagnavano. Tra questi Gesù prese i discepoli, che lo hanno seguito lungo la via verso Gerusalemme, lo hanno accompagnato nella passione e lo hanno annunciato di nuovo presente e vivo in mezzo ai suoi dichiarando che veramente egli è il Messia e il Figlio di Dio.

Ma cosa significa essere discepoli?

Il discepolo è colui che segue il Maestro condividendone la vita, poiché Gesù non ha insegnato solo con i discorsi, ma con le scelte concrete; egli ha «compiuto» la volontà del Padre, cioè ha dato visibilità a Dio, al suo amore nella storia. In Gesù la vita divina, Dio stesso, è diventato visibile e sperimentabile, in virtù dell’azione dello Spirito Santo, in un concreto stile di vita, che ha privilegiato l’abbandono totale nelle mani di colui che ha il potere di far risorgere dai morti. Per Gesù ― e perciò per i discepoli ― questo concretamente ha significato scegliere una vita povera e indifesa dinanzi alle aggressioni degli uomini. Ha significato anche accettare l’odio spinto fino alla persecuzione e all’assassinio. Ha significato in sostanza volgere lo sguardo su Dio, curandosi soltanto di piacere a lui.

Gesù è venuto a parlare di Dio in una maniera del tutto inedita: lui solo poteva farlo poiché «nessuno conosce il Padre se non il Figlio». Chi ascolta il Figlio e crede nella sua parola conosce Dio e diviene suo discepolo. Nell’insegnamento di Gesù Dio non appare come un signore onnipotente, che interviene nelle vicende umane come un giudice che fa giustizia con la forza del suo braccio. Questa era piuttosto l’immagine secondo il desiderio della gente. Gesù parla di un Dio che è buono e ama anche l’uomo peccatore; un Dio che non scongiura il dolore e la persecuzione, ma sta accanto ad ognuno che si trova nella sofferenza e la condivide, perché è compassionevole. Insomma, Gesù parla di Dio a partire dall’esperienza della gente comune e aiuta i «piccoli» a “capire” perché Dio non interviene nella storia punendo i violenti per fare giustizia ai deboli, ma prende per mano i piccoli e li porta a liberta, risana il loro cuore e infonde nuova fiducia. Il male che affligge il mondo non è segno della maledizione di Dio, da della durezza del cuore degli uomini. E risorgendo dai morti Gesù ha sconfitto il male profondo dell’uomo, quello nel quale ogni altro male affonda le proprie radici: la morte e la paura che essa incute. Gesù aiuta a capire che il dolore genera dolore, la morte genera morte e questa catena perversa continuerà ad allungarsi finché qualcuno non la interromperà rinunciando a gettare sugli altri la morte che lo ha colpito e tenendola per sé fino ad accettare di morire perché altri viva.

Queste cose sfuggono alla «sapienza» dei sapienti, urtano la loro «intelligenza»: «mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio». Ma le comprendono i piccoli; lo comprende il contadino che ha visto il campo della sua fatica calpestato dal piede del violento, sopporta e affida a Dio la sua causa; lo comprende il compagno, troppo debole per prendere le difese di chi è percosso, ma gli sta accanto condividendo la sua sventura; lo capisce bene la madre che mette a rischio la vita per dare alla luce la sua creatura; un padre che si sottopone alla fatica e spesso anche all’umiliazione per guadagnare di che campare la famiglia; un amico che non riesce a mantenersi indifferente dinanzi al peso che schiaccia l’amico ed entra nel gioco rischiando di essere travolto assieme a lui.

Con la sua morte in croce, Gesù manifesta un «Dio perdente», un Dio sconfitto dall’odio degli uomini. Egli infatti non solo soccombe, ma è travolto dall’infamia della croce; è chiuso in un sepolcro, che dopo tre giorni viene trovato vuoto: un fatto che ancora una volta resta in balia degli uomini: alcuni crederanno, altri, i più, diranno che i suoi discepoli lo hanno portato via. Gesù «libera» Dio dalle attese degli uomini e «libera» gli uomini dai pregiudizi, sia pure nobili, su Dio. Rimane il Dio vero, il Dio che ama anche i peccatori, che va alla loro ricerca e non lascia finché non avrà recuperato anche l’ultimo. Un Dio la cui forza è manifestata proprio dalla sua debolezza nella storia, come l’amore, che è tanto più forte quanto più è capace di lasciarsi ferire da chi ama.

«… io vi ristorerò»

Gesù porta ristoro e pace. Non induce sensi di colpa, ma incoraggia alla fiducia, perché Dio è buono e misericordioso, lento all’ira e grande nell’amore e la sua misericordia è di generazione in generazione su coloro che lo temono. Gesù chiede solo di accogliere il suo amore; sa infatti che l’uomo ha un cuore piccolo e se non è toccato dal suo amore non imparerà mai ad amare a sua volta. Gli «affaticati e oppressi», infatti, sono quelli che non ce la fanno ad osservare tutte quelle norme che, secondo l’insegnamento degli scribi, erano necessarie per essere dei «giusti» davanti a Dio. Nessuno si «giustifica», cioè diventa santo, da solo. È Dio che rende degna di sé la creatura per il fatto che la ama; perciò alla creatura si chiede solo di accogliere l’amore di Dio e lasciarsi trasformare.

«Prendete il mio giogo sopra di voi…»

Solo un’immagine per commentare questa espressione: il braccio di un amico sulle spalle dell’amico. Amicizia, conforto, aiuto, sicurezza …

«… imparate da me, che sono mite e umile di cuore»

Gesù non insegna a parole, ma mostra come si fa. È un Maestro che si è messo nella medesima condizione dei discepoli: è mite, perciò Dio gli darà la terra (cf Mt 5,5) ed è umile, un «povero di spirito», uno cioè che ha rinunciato alle sue vedute e ai suoi progetti e si lascia condurre da Dio nel quale pone tutta la sua fiducia, perciò suo è il regno dei cieli (cf Mt 5,3). Ai discepoli di ogni tempo, agli «affaticati e oppressi» che non ce la fanno ad essere dei «giusti» davanti a Dio osservando tutte le norme insegnate dagli scribi, Gesù propone di vivere come lui e affidare il proprio spirito nelle mani del Padre (cf Lc 23,46).