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Sap 1, 13-15; 2, 23-24. Sal. 29, 2 e 4. 5-6. 11 e 12a e 13b. 2Cor 8, 7. 9. 13-15. Vg Mc 5, 21-43

«Una genìa di ribelli»: un’espressione abbastanza desueta, che merita di essere approfondita. Genìa vuol dire stirpe, generazione, famiglia: padri e figli, intendendo per «padri» tutti gli antenati, padri, nonni e bisnonni, e a proseguire andando in su, e per «figli» tutta la catena delle generazioni. «I vostri padri»: è interessante osservare che la maggior parte delle volte questa espressione ha un significato negativo, di rimprovero, e i «padri» non sono affatto presi come modelli da imitare, ma, al contrario, come ammonimenti, per non ripetere il passato. Questo deve interrogare noi, di età tale da essere padri, nel senso fisico o morale del termine, su che tipo di padri e madri siamo stati, su ciò che abbiamo veramente creduto e trasmesso.

Molto spesso, ad esempio, ci si interroga sul perché i nostri figli non hanno ricevuto la fede, o la hanno persa, come se parlassimo di un mazzo di chiavi. In realtà è verissimo che noi figli il più delle volte assorbiamo quel che è il vero e più profondo «sentire» che abbiamo vissuto in famiglia, quasi poppato con il biberon. Così può ben darsi che abbiamo sentito parlare di Dio o di Gesù, ma che in realtà quel che si capiva davvero, per quanto non detto, era altro. E così, come nel Vangelo, Gesù non può compiere alcun miracolo, nel senso che la forza trasformatrice della fede, la sua capacità di informare la nostra vita e le nostre scelte, abortisce in se stessa. E in questo senso la riflessione di oggi non ci porta a condannare gli uni e ad assolvere gli altri, ma a comprendere ciò che ognuno di noi è, cioè figlio e genitore insieme, genitori come siamo stati figli, e figli come saremo genitori, se appunti nel frattempo non si inserisce il questa sorta di meccanismo quelle novità che è la parola di Gesù Cristo.

Qualche esempio. La buona signora è disperata perché la figlia o il figlio convive: ma il nostro matrimonio è un contratto a prestazioni corrispettive, o è quella novità che dovrebbe significare il rapporto tra uomo e donna trasformato dalla presenza di Gesù Cristo? Se il messaggio che abbiamo passato è che «sono stata con tuo padre o tua madre perché dovevo», magari anche per i motivi che a noi sembrano più nobili, questo può essere letto in maniera terribilmente equivoca: allora la legge di Dio è inumana, ti fa vivere in realtà nel rancore, ti costringe a non ribellarti e ti inchioda a una vita infernale. E magari ti apre la strada alla possibilità di ricatti: siccome tuo padre o tua madre mi ha fatto questo, io posso pretendere quest’altro. Tutti questi tranelli sono propri della disperazione umana, e li conosciamo molto bene: sappiamo bene che non corrispondono al matrimonio cristiano, ma è un fatto che spesso sotto questa coperta o etichetta si fanno passare i contenuti meno accettabili.

Un altro esempio. Andiamo a messa, magari con i figlioli, tutto secondo i crismi. Ma a che cosa si crede davvero, lo si vede dalla vita dei rimanenti sei giorni della settimana, non alla mattina della domenica. E questo, lo si noti bene, non viene mai detto esplicitamente, ma è implicito, e urlato, nella quotidianità. Il non detto è più importante del detto: tanto è vero che non è nemmeno necessario dirlo. Così se in realtà la mamma e il papà credono alla posizione sociale, o ai soldi (che è poi quasi lo stesso), e su quello in realtà costruiscono le loro amicizie, le persone che frequentano e soprattutto quelle che non frequentano, cioè in generale tutto il loro modo di vivere, i figli lo capiscono lo stesso, indipendentemente dalla messa. Così se i preti sono frequentati perché «utili» in un modo o in un altro, e non per quello che sono davvero, se noi ci lasciamo avvicinare in questo modo, lo si capisce: la vera fede si capisce sempre, e c’è sempre, perché non si vive senza fede, cioè fiducia, in qualcosa. Tutto sta a vedere se è fede vera o no. Tertium non datur.

Può darsi che ci sentiamo in qualche modo inferiori alla purezza e verità della nostra testimonianza, ed è anche sano: secondo san Giovanni, nel principio della sua prima lettera, è un buon segno del fatto che siamo nella verità riconoscere i propri peccati. Il Signore non ci chiede di non essere deboli: ci chiede, come a Paolo, di offrire a Lui la nostra povertà, perché la sua parola la possa fecondare e trasformare in inesauribile ricchezza, per noi e i nostri figli.

 

ODB