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Il cuore delle letture di questa domenica è un’assicurazione: anche se siamo un piccolo gregge di pecore sperdute, al Padre è piaciuto darci il suo Regno.

Fidandoci di Gesù pastore, lo seguiamo, perché è il solo che ci può condurre alla pienezza della vita.

Seguire lui è l’unica cosa per cui valga davvero la pena di investire.

Lo crediamo davvero? Abbiamo sinceramente puntato tutto su Cristo? Il nostro essere qui a celebrare insieme è motivato dal desiderio di investire tutta la nostra vita sulla Parola del Signore?

Lasciamo stare le ansie del possesso (economico, affettivo, relazionale), ragioniamo bene prima di investire energie e sogni in cose che non possono colmare il cuore.

Gesù ci ammonisce: state pronti.

Se abbiamo capito che il nostro cuore è fatto per l’infinito ed è l’infinito che cerchiamo, stiamo pronti a cercare all’infinito.

È il salubre atteggiamento del discepolo, la consapevolezza del “già e non ancora”, del magis ignaziano.

Già conosco Dio, eppure non esaurisco mai la sua verità.

Già ho vissuto una splendida esperienza affettiva, eppure so che nessun amore terreno colma il mio cuore definitivamente.

Già ho scoperto, alla luce del Vangelo, quanta grazia e luce interiore ricolmano il mio cuore, tuttavia ancora vivo momenti di sconforto e di buio.

Già ho capito chi sono, ma ancora non so chi sarò.

Una tensione sana, bella, che ci conduce all’essenziale, che ci stacca dalla pesantezza della quotidianità, che ci restituisce alla nostra verità.

Essere pronti vuol dire saper vegliare nella notte del mondo.

È facile avere fede quando tutto va bene, ma essa è deve essere salda nel momento della prova.

Il Signore è esigente, chiede tanta fede e tanta speranza nel suo amore.

Come Israele, le cui gesta, enfatizzate e mitizzate, abbiamo letto nella prima lettura, anche noi siamo chiamati a uscire dalla schiavitù, da ogni schiavitù, per imparare, nel deserto, a fidarci di Dio.

Schiavi dell’idea che abbiamo di noi stessi, schiavi e preoccupati dell’immagine che dobbiamo restituire agli altri, schiavi dei finti bisogni che il mondo ci suscita, possiamo riscoprire, alla luce della parola, che l’uomo o è in ricerca o non è pienamente uomo.

L’uomo è sempre in una tensione, in un serio cammino interiore.

La vita è, infatti, una progressiva liberazione interiore.

Quanta fede ci chiede il Signore!

Ma se ce la chiede, significa che ci dà la grazia per poter sperare e camminare sempre più avanti.

Abramo ascolta la sua voce interiore.

Non è un giovane preso da deliri mistici: è un uomo realizzato, non travolto da impetuose passioni.

Egli è l’uomo provato dalla vita, disilluso e che – pure – sente un appello irrefrenabile all’interiorità.

Abramo lascia ogni certezza e ruolo sociale per seguire un istinto interiore, per ritrovare finalmente se stesso!

E questo suo gesto sarà immensamente fecondo: egli è il padre di tutti i cercatori di Dio.

La vita diventa tensione di attesa, l’attesa dell’incontro del padrone che torna dalle nozze.

L’uomo è l’unico essere vivente capace di attendere, di vegliare, di insistere, di credere.

Nella notte, come le sentinelle che aspettano l’aurora, diventiamo dei credenti… dei discepoli.

Quando le ginocchia vacillano, quando la fatica è tanta, quando ci sembra di non farcela ad attendere, quando la disperazione fa pressione alla porta del cuore, possiamo guardare ai tanti testimoni della speranza.

Guardare per imitare i padri della fede, i tanti che hanno, come noi, creduto nella notte, e alla fine hanno visto la luce, hanno incontrato Dio.

Vegliamo, dunque. Stiamo pronti, perché lo sposo sta per introdurci alle nozze.

MM