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Gen 18,1-10; Sal 14; Col 1,24-28; Lc 10,38-42

Nella prima lettura si possono individuare due temi dominanti: l’ospitalità resa da Abramo ai tre personaggi sconosciuti e l’annuncio della nascita di Isacco come opera di Dio.

L’ospitalità nella civiltà nomadica era considerata sacra e un atto religioso.

Per Israele lo straniero è un memoriale vivente: gli ricorda che un tempo anche lui fu straniero e schiavo in Egitto, che fu pellegrino nel deserto e che è di passaggio sulla terra.

Abramo si prodiga per degli stranieri – che solo nell’annuncio della nascita di Isacco riconoscerà come appartenenti al divino – con un atteggiamento di disponibilità e di servizio, senza chiedere nulla in cambio.

Il secondo tema, cui il primo è orientato, manifesta Dio presente nella nascita di Isacco.

Il figlio promesso è una prova di fede per Abramo e un avvenimento che suscita la sorpresa e il dubbio nel cuore di Sara.

Il riso della moglie di Abramo, che è un misto di incredulità e di gioia, serve all’autore sacro per spiegare l’etimo popolare del nome di Isacco: “colui che fa sorridere”.

Con l’annuncio della nascita di Isacco, in realtà si intende proclamare il carattere di dono che ha questo figlio e allo stesso tempo rivelare che il popolo di Abramo è opera di Dio e non dell’uomo.

In quest’ottica lo stupore di Sara può avere un risvolto positivo: è l’atteggiamento dell’uomo di fronte all’operare di Dio in suo favore.

Dio è capace ancora di stupirci e di farci sorridere!

La lettera ai Colossesi presenta Paolo come ministro del mistero di Cristo, cioè la riconciliazione con il Padre attraverso il sangue della croce.

Paolo è felice delle sofferenze che sopporta per annunciare questa buona notizia sia ai Giudei che ai pagani, che Dio vuole uniti in un solo corpo, beneficiando della medesima promessa.

Missione dell’apostolo è avvicinare ogni uomo a Cristo, essere segno di unità e di riconciliazione con Dio e tra i fratelli.

Le sofferenze di cui parla Paolo sono le difficoltà legate alla predicazione del vangelo; la consapevolezza che la sorte del discepolo non è diversa da quella del Maestro.

Per Paolo, l’apostolo è l’uomo che, nella sua incorporazione mistica a Cristo, più degli altri uomini, patisce e soffre per costruire la Chiesa, l’unità e la riconciliazione.

Paolo non pretende di aggiungere qualcosa al valore propriamente redentivo della croce, ma si associa alle prove di Gesù, cioè alle sue tribolazioni, come apostolo.

La seconda lettura presenta allora due caratteristiche che identificano il discepolo: l’imitazione di Cristo e l’annuncio del mistero che dalla croce ci è stato rivelato.

Parola e vita sono perciò le due componenti essenziali dell’apostolato cristiano.

Con l’episodio di Marta e Maria il Signore ci invita a passare dall’affanno di ciò che dobbiamo fare per Lui, allo stupore di ciò che Lui fa per noi.

Marta, la sorella maggiore, è presa, agitata e divisa interiormente da tutte le cose che si “devono fare” secondo la Legge e la convenienza dell’ospitalità.

È una donna che conosce il suo dovere, ma non ha ancora conosciuto l’amore.

Maria, invece, è estasiata dalla presenza del Signore nella sua vita; è una donna pacificata interiormente, riconciliata con se stessa e con la sua storia.

Questa donna vive dell’amore e della misericordia del Signore, per questo sta seduta ai suoi piedi per ascoltarlo come una discepola.

Maria, invece di servire e compiacere il Signore, semplicemente si compiace di stargli vicina e udirne la voce.

Maria è presentata qui come la Sposa che obbedisce alla voce dello Sposo, che si avvia verso Gerusalemme per consegnare la sua vita in riscatto di tutti gli uomini.

Al tentativo impossibile di piacere al Signore, – nessuno si può fare “grazioso” da solo – sostituisce il piacere di stargli vicino, perché le si è fatto prossimo; l’ha resa graziosa ai suoi occhi con la sua misericordia.

Maria a differenza di Marta conosce e comprende l’amore e il perdono del Signore, che per primo le si è fatto vicino e le ha rivolto parole di amore e di misericordia.

La contemplazione e l’ascolto ai piedi del Signore è l’azione più bella dell’uomo, perché lo genera figlio di Dio e lo associa alla missione di Gesù.

Maria accoglie il Signore che fa qualcosa per lei; mentre Marta si agita in molte cose per fare lei qualcosa per il Signore, per essere riconosciuta da lui, ma così di fatto non riconosce e non accoglie il suo amore.

Quante volte, anche noi, non ci sentiamo riconosciuti dal Signore per ciò che facciamo per lui, o per gli sforzi che mettiamo in atto per essere giusti ai suoi occhi.

Come Marta ci sentiamo dire dal Signore che dobbiamo diventare come Maria; cioè che la nostra azione dev’essere purificata nella contemplazione.

Il Signore sa che la nostra capacità di amare e di accogliere gli altri scaturisce dall’esperienza di essere amati; dalla contemplazione di ciò che Dio continuamente opera per strapparci dal nostro male.

Il Signore ci chiede di valutare alla luce della sua parola, all’interno di una relazione autentica con lui, che si realizza nella preghiera, quali sono le vere motivazioni che ci spingono all’azione e al servizio.

La salvezza non è morire per Dio, ma accogliere un Dio che accetta di morire per me, perché io viva nel suo amore donato fino alla fine!

L’unica cosa necessaria all’uomo per vivere è essere amato senza condizioni: se sceglieremo il Signore come principio e fine di tutto, questa eredità non ci sarà mai tolta.

 

Chiediamo al Signore di saper sorridere della nostra incapacità di sentirci amati da lui, perché solo così potrà purificare il nostro cuore e aprirci alla contemplazione dell’opera bella che continuamente realizza per noi.

Solo la contemplazione di ciò che ha realizzato per noi sulla croce ci trasformerà in cristiani credibili che si identificano con il Maestro per essere segno di unità e di riconciliazione in mezzo agli uomini.

MM