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Is 66,18-21; Sal 116; Eb 12,5-7.11-13; Lc 13,22-30

 

Il vangelo si apre con una domanda radicale, che esprime l’ansia interiore che agita il cuore degli uomini: “Sono pochi o molti quelli che si salvano?”.

Di fronte a questo interrogativo i rabbini davano almeno due tipi di risposte.

Alcuni, partendo dalla elezione di Dio e dalla sua fedeltà, affermavano che tutto Israele sarebbe stato salvato, perché la salvezza si fondava proprio sulla scelta del Signore che non ritira mai i suoi doni.

Un’altra scuola teologica, più dura, affermava invece che la salvezza non è per tutti all’interno di Israele, ma solo per pochi eletti.

Se entrambe le posizioni ponevano l’accento sull’elezione, i risultati però erano estremamente diversi e oggetto di accesi dibattiti.

La risposta di Gesù allarga gli orizzonti e si situa in continuità con quanto affermato dal profeta Isaia nella prima lettura.

La salvezza non è appannaggio di un popolo, ma tutti sono chiamati al banchetto del regno.

Israele – e il nuovo Israele che è la Chiesa – è stato scelto come segno di benedizione e di salvezza per tutti i popoli.

L’amore di predilezione con cui è amato da Dio non è esclusivo, ma inclusivo di tutte le genti.

Tutti, innestati nella radice di Abramo, sono chiamati a partecipare dei doni della promessa e a portare frutto per il regno dei cieli.

Per Gesù la questione va posta su un altro piano.

Il Signore non pone l’accento sulla quantità – se sono pochi o molti quelli che si salvano -; piuttosto la sua attenzione è posta sulla qualità dei salvati.

I redenti sono infatti coloro che riconoscendosi ultimi, cioè creature, confidano nella bontà del Signore e lasciano che sia lui a introdurli nel banchetto del regno.

Sono coloro che riconoscono la terra promessa, il regno, la redenzione, come un dono e non come un oggetto di conquista.

La salvezza non è scontata per nessuno; è sempre un dono da ricevere, davanti al quale ci si stupisce e si rende grazie.

L’Eucaristia – il banchetto in cui il Signore ci accoglie -, non è una ovvietà che si perpetua di domenica in domenica; ma è il dono assolutamente gratuito a cui sono ammessi solo coloro che si convertono ed entrano nella logica salvifica di Dio, senza paura di riconoscerci ultimi.

Il regno non è oggetto di rapina, un bene da cogliere dal basso, bensì l’eredità che Dio offre ai suoi figli e che scende dall’alto come dono, come segno di un amore eterno e di una indistruttibile fedeltà.

Per esprimere questa realtà di grazia, il Signore usa l’immagine della porta.

È una porta strettissima, perché nessuno si salva da solo, con le proprie forze; ma è allo stesso tempo anche larghissima, perché tutti veniamo salvati dalla misericordia di Dio.

Per questa porta passano i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi; tutti coloro cioè che hanno avuto il coraggio di tagliar via da sé le realtà che davano scandalo e impedivano di entrare nel regno.

Solo chi si riconosce peccatore, bisognoso di salvezza e non si considera già giustificato, può entrare per questa porta, perché accoglie in sé la misericordia del Signore.

Anche qui bisogna cambiare prospettiva: l’accento che Gesù pone non è tanto sulla dimensione della porta, ma sul fatto che essa rimanga aperta solo per un certo tempo.

È il tempo della misericordia, che viene concesso al fico perché possa portare frutto.

Ancora una volta non siamo noi, ma è il Signore che ci prodiga intorno tutta la sua opera, perché possiamo rispondere al suo amore con frutti di conversione.

Sebbene la misericordia del Signore sia eterna, come suggerisce il salmo responsoriale, tuttavia una volta chiusa la porta e iniziata la festa, non sarà aperto più a nessuno.

Chi si crederà giusto e si troverà fuori dalla porta, sarà tagliato via e sradicato dalle sue false sicurezze.

Anche questa dura e aspra consapevolezza diventa opera di salvezza, se affidata nelle mani del Signore: solo attraverso la compunzione e il sentirsi trafiggere il cuore si può scorgere quello spiraglio da cui entrare nel banchetto del regno.

Il costato trafitto del Signore è la fessura da cui contempliamo il cuore misericordioso di Dio e attraverso il quale entriamo nella comunione intima con lui.

La conversione che il Signore chiede è un cambiare ottica: passare dalla domanda sulla quantità alla domanda sulla qualità; smuoversi dall’ansia di quanti si salvano, alla vigilanza su come accogliere la redenzione.

In questo cambio di visuale si gioca la salvezza.

Il Signore ci chiede di entrare in una lotta, nella consapevolezza che ciò che è dono non toglie l’iniziativa.

Accogliere l’amore e la misericordia di Dio significa impegnarsi a rimuovere dal cuore la paura e l’ansietà che sono il contrario della fede e della speranza.

La salvezza non è un dono prefabbricato, ma una realtà di grazia da ricevere e costruire insieme al Signore.

Nella fede mi riconosco ultimo, cioè peccatore, bisognoso di essere giustificato da Dio; nella speranza accolgo questa verità come salvifica e nella carità mi scopro capace di rispondere a un amore che sempre mi precede e che per primo si converte a me.

MM