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Es 22,20.26; Sal 17,2-3a.3bc-4.47 et 51ab; 1Ts 1,5c-10; Matteo, 22,35-40

Sadducei e Farisei si alternano, quasi in una gara, per tendere tranelli a Gesù.

La questione che gli viene posta, all’apparenza, è innocua, poiché era abituale farne di simili ai Rabbi e tra gli stessi dottori della Legge quello del comandamento più importante era un argomento dibattuto. In Israele erano in vigore ben 613 precetti che, secondo l’insegnamento rigorista dei maestri Farisei, ognuno doveva rispettare. L’osservanza era particolarmente importante perché, secondo quanto essi sostenevano assieme ad altri ugualmente rigorosi, il Messia sarebbe venuto solo quando il popolo fosse divenuto veramente fedele in tutto alla Legge. Ma un conto era la Legge di Dio – una grazia immensa al suo popolo – un altro le leggi e regole che i Maestri avevano accumulato lungo il tempo come interpretazione autentica e attuazione dei Comandamenti del Signore e che toccavano tutti gli ambiti della vita, sicché non di rado osservare una regola comportava il non osservante un’altra. La casistica che si era sviluppata e sulla quale i dottori della Legge dibattevano era assai complessa e molti se ne sentivano schiacciati; le persone semplici, poi, si trovavano spesso a trasgredire le leggi perché non le conoscevano o ne erano impediti dal loro mestiere, come accadeva per esempio ai conciatori di pelli, a coloro che raccoglievano l’immondizia, agli allevatori di pollame e ad altri ancora.

Ma chi non osservava la Legge non poteva presumere di essere gradito a Dio, cioè di essere “giustificato” (= reso giusto) ai suoi occhi.

Perciò quello della “giustificazione” era un tema cruciale. La questione toccava tanto lo stato morale della persona che quello esteriore. Il “peccato” era considerato nel suo aspetto di trasgressione oggettiva della Legge, perciò rendeva “in-giusti”, ossia indegni di comparire davanti a Dio non solamente il male compiuto con malizia, anche ogni trasgressione involontaria. La violazione della Legge era riguardata come una violazione dell’Alleanza e un’offesa a Dio, anche se compiuta senza malizia nel cuore; allontanava la benedizione di Dio dalla persona che se ne era resa responsabile, dal gruppo al quale essa apparteneva e, alla fine, da tutto il popolo.

Alla “giustizia” intesa come osservanza della Legge, era legata la benedizione e la protezione di Dio; essa era riconosciuta nella sicurezza dai nemici all’intorno, nella discendenza numerosa, nella prosperità dei campi, nella fecondità degli animali, nell’abbondanza dei beni, nella salute del corpo. Chi avrebbe potuto vivere senza la benedizione del Signore? Perciò nel giorno della purificazione, quando il Sommo Sacerdote entrava nel Santuario col sangue dell’agnello, tutto il popolo accorreva per ottenere il perdono dei peccati.

I Profeti avevano insistito sulla necessità di purificare il cuore piuttosto che immolare sacrifici e bruciare olocausti. Ma il popolo desiderava essere sicuro, perciò continuava ad affidarsi a pratiche di culto esteriore. Geremia aveva vaticinato su una nuova alleanza che il Signore avrebbe stretto col suo Popolo, non più stabilita con leggi scritte su tavole di pietra, ma nel cuore: un Maestro interiore avrebbe insegnato le vie di Dio (cf Ger 31,31).

Con questa lunga premessa forse si può comprendere meglio il peso della domanda posta a Gesù. Quali priorità poneva nell’osservanza della legge? Quale codice di comportamento, dunque, egli insegnava ai suoi?

Gesù ripete il credo di Israele, quello che rimanda all’Alleanza stretta da Dio con Israele nel deserto: «Ricorda Israele, tu amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore…» (cf Dt 6,4-13). Il ricordo di ciò che il Signore aveva fatto era all’origine dell’amore grato verso di lui e fondava tutto l’ordinamento di Israele come Popolo di uomini liberi. Tutto aveva avuto origine in quella straordinaria esperienza dell’intervento di Dio nella storia che il popolo aveva vissuto nell’esodo dall’Egitto alla Terra promessa ad Abramo. Perciò amare Dio con tutto il cuore era e restava il primo e il più grande dei comandamenti; esso nasce dalla gratitudine per un amore insperato, sorprendente, fedele.

Presentandosi a Mosè Dio dice: «Ho visto la sofferenza del Popolo, ho udito il suo grido e ho deciso di venire in suo soccorso….» (cf Es 3,7-12). Dio si presenta come uno che vibra all’unisono con l’oppresso; Egli è preso da compassione per chi non ha nessuno che lo soccorra. La meraviglia è tanto più grande pensando che Israele è un popolo piccolo e senza terra, sottomesso alla schiavitù del Faraone. Ma Dio lo ha scelto, così come aveva scelto il patriarca Abramo, ha deciso di prendersene cura e di intervenire in suo soccorso. Attraverso Mosè lo fa uscire dall’Egitto, il regno dalla forza temibile, culla del sapere, dove abbonda la ricchezza e tutto è splendore abbagliante, ma dove non si conosce la compassione e il debole vive nell’oppressione. Ebbene, Dio libera Israele dalla mano del Faraone e lo conduce nel deserto, lontano dalle città degli uomini; là dove il confine è l’orizzonte arido, in una terra in cui le strade sono segnate dalle stelle, Israele diviene un popolo di uomini liberi; Dio gli darà una legge, per far sì che non divenga più schiavo di nessuno e che nessuno in mezzo si faccia oppressore del fratello. Perciò ognuna delle Dieci Parole scritte sulle tavole è introdotta da Dio che dice: «Ricorda, Israele, io sono il Signore Dio tuo, che ti ha fatto uscire dal Paese di Egitto, perciò tu …».

Il Dio dei Padri è buono e compassionevole; egli ha rialzato dalla polvere la fronte di Israele: egli merita di essere amato con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze.

L’amore, che nasce spontaneo a motivo dei benefici ricevuti – e si parla della vita, della dignità, della libertà – plasma il cuore. L’amore stabilisce tra le persone una comunione da renderle simili. Mentre la chiusura difensiva accentua le differenze, l’amore, quanto più è profondo, le armonizza e le persone che si amano finiscono per somigliarsi e si ritrovano a condividere i medesimi sentimenti. L’amore conduce all’unione, fino ad avere un medesimo volere. Dio ha amato il suo popolo per se stesso e non per l’utile che avrebbe potuto venirgliene. Così l’amore di Israele fiorisce più puro e grato, perché si sente amato nella sua povertà: Dio ha avuto compassione, ha preso la sua difesa e se ne è curato come un Padre fa con un figlio. Perciò chi ama Dio con tutto il cuore ne assimila i sentimenti verso la creatura e si fa servo degli uomini amandoli come se stesso. È per questo che Gesù aggiunge al primo comandamento un secondo, che ne è quasi una continuazione, sottolineando che è simile al primo: «Amerai il prossimo tuo come te stesso» (cf Lv 19,18).

L’amore per Dio conduce a condividerne responsabilmente il disegno compiendo il bene al di là della lettera della legge e cercando anzi vie sempre nuove, perché esso non è più una legge da osservare o qualcosa da compiere, ma una potenza interiore alla quale si sente il bisogno di dare forma. L’amore è compassione per l’uomo umiliato dalle difficoltà della vita. Chi ha compassione lascia tutto e si dedica a chi è nella pena, perché sente che troverà pace soltanto quando l’afflitto sarà consolato. Chi ama Dio con tutto il cuore è colmato dei suoi sentimenti per la creatura e cerca il bene dell’altro come fosse il proprio. Questo è il fondamento della giustizia e della pace.