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Is 25,6.7-9; Sal 26,1.4.7-8b.9a.13-14; Rm 5,5-11; Mt 25,31-46

L’apertura di questa parabola, richiamando alcune immagini presenti nei Profeti, pone dinanzi al lettore, come in un grande affresco, la scena del giudizio finale: il Signore siede sul suo trono, pensato nel Tempio di Gerusalemme (cf Is 6,1-13), e ad esso affluiscono tutte le genti. Si avverte anche l’eco della promessa di Dio per mezzo del Profeta Isaia, dove dice: «6Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. 7Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre che copriva tutte le genti.» (Is 25,6-7); ciò che era nascosto, ora è svelato non solo a Israele, ma a tutti i popoli della terra.

Questa parabola è una risposta a diverse domande: come Dio parla agli uomini? Vi è una Buona Notizia per i pagani? Quelli che non hanno conosciuto Cristo nella carne, come potranno incontrare il Signore? …

Il messaggio è che a tutti e in ogni tempo il Signore viene incontro nei poveri e nei bisognosi; anzi, il grido dei poveri è annuncio di salvezza perché è un invito concreto alla conversione, e benedetto chi lo raccoglie maturando nel suo cuore sentimenti di misericordia. Infatti prendersi cura del povero e dell’oppresso è compiere l’opera di Dio, che ascoltò il grido di Israele schiavo dell’Egitto e venne in suo soccorso; è fare la giustizia mettendo in pratica lo spirito dell’anno di grazia del Signore.

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 Il grande affresco proposto dalla pagina di Matteo è ben diverso dalle immagini classiche del giudizio universale. Gesù dice che, alla fine, sarà un separare «gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri»; dinanzi agli occhi di chi ascolta prende forma la scena che ognuno poteva vedere presso i pastori quando, a sera, rientravano all’ovile col gregge. Durante il giorno pecore e capre pascolano insieme; ma alla sera il pastore separa le pecore dalle capre, prima di tutto per la mungitura così da tenere separato il latte di pecora da quello di capra e poi perché queste ultime, non avendo il mantello di lana, hanno bisogno di maggior riparo per la notte. Le pecore, infine, sono più preziose, appunto perché, oltre al latte, danno pure la lana, perciò sono poste alla destra, la parte fortunata.

Dunque se fino all’ultimo pecore e capri erano stati insieme formando un solo gregge o come il grano e la zizzania nel campo, alla fine, «quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli» a raccogliere le messi, a riscuotere quanto gli è dovuto dai vignaioli (cf Mt 21,33-41), a prendere possesso del suo regno (cf Lc 19,12), ciò che fino a quel punto aveva potuto dissimularsi verrà allo scoperto.

Ma chi sono le pecore e chi sono i capri? Cioè chi riceverà in eredità la salvezza e chi invece ne sarà escluso?

Tra coloro che hanno incontrato il Signore per l’annuncio della Parola, o l’hanno incontrato nel grido del povero sarà salvo chi avrà risposto all’appello che giungeva dall’uomo in schiavitù, qualunque forma essa possa avere assunto lungo il tempo. Insomma, avrà parte con il Signore chi ne avrà condiviso la compassione per l’oppresso e lo sventurato, perché ogni uomo è immagine e somiglianza del Figlio di Dio.

La parabola offre un altro elemento di sorpresa: tutti compaiono dinanzi a Gesù, perché a lui il Padre ha consegnato il regno, ed egli distingue i misericordiosi dai pii. A tutti indistintamente Gesù dice: «io ho avuto fame …, ho avuto sete …», suscitando in ognuno la domanda meravigliata: «Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato … o assetato…?». Si chiedono, infatti: «Quando mai abbiamo visto nel bisogno il Re della gloria?».

I pii, che avrebbero dato anche la vita per Dio, non sempre hanno compassione per l’uomo.

Quelli che sanno provare compassione non sempre sono pii, ma, senza saperlo, sono in sintonia con Dio. Non lo vedono, così come non lo vedono i pii. Ma sono in comunione con lui.

Qui Gesù, che ha dato la vita per liberare il suo popolo ridotto in schiavitù dal peccato e ora siede Re sul trono a giudicare i popoli, si identifica con ciascun uomo umiliato; la creatura ferita suscita la compassione di Dio. Il giudizio è luce e quando la storia ne sarà tutta avvolta, chi, a qualunque popolo appartenga, non avrà saputo essere compassionevole, resterà sbigottito alla visione della propria meschinità e ne resterà schiacciato; avrà orrore di sé e comprenderà quanto lontano da Dio lo scaglia la durezza del suo cuore: il non saper amare gli impedirà per sempre di gustare l’amore.

Ecco un altro motivo di scandalo per i benpensanti: con loro grande meraviglia, quelli che credevano di essere graditi a Dio (= giusti) per la loro devozione, si vedranno respinti: non avendo saputo riconoscere Dio durante la vita, non potranno vederne il volto nell’eternità. Infatti l’amore di Dio per la creatura è talmente forte da portarlo a immedesimarsi con essa. Il Figlio, assumendo la natura umana, ha scelto di condividere la sorte degli uomini e concretamente dei più umili, fino a voler morire con i disprezzati per la loro colpa e di essere assimilato a loro. La gloria di Dio è l’uomo vivente, ma il sacerdote e il levita che servivano Dio nel tempio non lo hanno saputo riconoscere nel malcapitato a terra lungo la loro strada (cf Lc 10,25-37); la legge li ha resi ciechi e insensibili!Costoro sono appartenuti al gregge di Dio, hanno pascolato assieme alle pecore … ciò nonostante non sono stati capaci di riconoscere il Signore quando si presentava nei panni del povero.

L’Evangelista fa capire che i veri giusti non sono i devoti, ma quelli che condividono i sentimenti di Dio. La Legge tanto cara in ogni tempo, a coloro che amano sentirsi “a posto”, è ― come la definisce Paolo (cf Gal 3,24) ― un “pedagogo”, cioè una guida, un aiuto sicuro, alla “giustizia” e non fine a se stessa. Essa ha lo scopo di educare il cuore degli uomini all’amore di Dio e del prossimo e di mantenerlo in quella libertà che Dio stesso gli ha donato, strappandolo dalla schiavitù del Faraone.

Una volta ancora Gesù evidenzia il suo costante richiamo all’insegnamento degli antichi profeti, contro il legalismo difeso da molti maestri del suo tempo: il vero culto a Dio è dato dalla pratica di ciò che gli è veramente gradito e che consiste nelle opere che nascono dalla compassione per chi è bisognoso e afflitto. Il culto, benché splendido, non dà lode a Dio, se non è coniugato con l’amore per il prossimo. Dice infatti il Signore per mezzo di Isaia: «Che m’importa dei vostri sacrifici senza numero? (…) Smettete di presentare offerte inutili, (…) non posso sopportare delitto e solennità. (…) togliete il male delle vostre azioni dalla mia vista. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova» (Is 1,11.13.16-17). Continuamente Gesù richiama a una fede e a un culto che lodino il Signore nei frutti di carità operosa. Un culto disattento ai bisogni dell’uomo ― cioè incapace di compassione ― è alienante e finisce per legittimare l’iniquità.

Se una Chiesa smette di cercare con ogni mezzo il regno di Dio e la sua giustizia cade nella depressione, non ha più niente da dire al mondo e i suoi riti non sono che folcloristiche manifestazioni della fede che fu. Una Chiesa che non se ne rende conto e anzi si difende dall’ “invasione” dei poveri e di tutti coloro che in qualunque modo stanno male, ha perduto l’anima e si è ridotta ad un club di gente per bene.

Il povero è il Signore che viene; la sua domanda di aiuto è un annuncio di salvezza, perché richiama ad uscire da se stessi, al distacco dalla ricchezza e da quell’ingiustizia che l’ha favorita. Le necessità dei poveri sono un appello a formare una comunità impegnata nella magnifica impresa di dare forma al regno di Dio nel mondo; perciò veramente beato è chi gli apre il cuore. I poveri che premono sul mondo ricco sono i portatori della «Buona Notizia» e saranno, in futuro, gli accusatori o i difensori davanti al tribunale di Dio.