Selezionare una pagina
Tel: 06 69 70 01 (centralino) - 06 69 91 653 (emergenze)

Ml 3,19-20; Sal 97; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19

 

Sta giungendo al fine il tempo liturgico e il centro di questa domenica è un messaggio escatologico.

La prima lettura annuncia con forza la venuta del giorno del Signore, che sarà esperienza di giudizio per alcuni e di salvezza e guarigione per altri.

L’attesa della pienezza e del compimento del tempo provoca l’esortazione alla perseveranza e alla vigilanza rivolta da Gesù ai suoi discepoli e oggi a noi, affinché non ci lasciamo prendere dalla paura e dall’angoscia della fine di fronte a eventi catastrofici e a persecuzioni.

Non dobbiamo ingannarci: lungi dall’essere segno di una pretesa imminente di fine del mondo, questi eventi vanno accolti come occasione di martyría, cioè di testimonianza.

La pagina di Luca non parla della fine, ma del fine, cioè di ciò che avviene “prima”, nella storia, che è il tempo della faticosa perseveranza.

Luca sottolinea la diversità di sguardo che Gesù da una parte e “alcuni” dall’altra portano sul tempio.

Gli uomini ammirano la dimensione estetica delle “belle pietre” del tempio e i doni votivi che lo adornano, il Signore ne vede con sguardo disincantato e lucido la fine prossima.

Come il tempio – e il suo sistema di offerte e di santificazione -, anche tutte le costruzioni e realizzazioni più sante e spirituali dell’uomo sono provvisorie, finite.

Non sono esse a dover trattenere lo sguardo e l’attenzione, ma il Signore che viene e di cui esse vogliono essere solo un rimando.

Nei tempi della storia il cristiano deve allenarsi al discernimento.

Anzitutto il discernimento come opposizione all’inganno.

Occorre infatti riconoscere i “molti” che si presenteranno come detentori della verità e portatori della rivelazione, che usurperanno il titolo solo cristologico di “Io sono” per indurre qualcuno a seguirli.

Lo spazio religioso ed ecclesiale è anche scenario di inganni e di imposture che si manifestano anzitutto con la loro pretesa di verità assoluta e non discutibile.

Il cristiano è chiamato a discernere e a saper dire dei no: il comando “non seguiteli” è altrettanto forte del comando dato altre volte da Gesù: “seguitemi”.

Inoltre si tratta di discernere guerre e sommovimenti storici, così come catastrofi e disastri naturali, senza pensarli come eventi annunciatori della fine del mondo.

Il discernimento in questo caso è attiva lotta contro la paura e la potenza inibente del terrore.

Il discernimento conduce all’umiltà di chi riconosce che il proprio tempo non è la totalità del tempo, che la propria vicenda non è la totalità della storia e che la propria fine non coincide con la fine di un tempo e di una storia che superano ciascun uomo.

La storia è per il credente il luogo di esercizio della perseveranza e della pazienza.

Persecuzioni e tradimenti, ostilità anche da parte degli amici e dei familiari potranno segnare la vita di coloro che aderiscono al Messia Gesù, ma grazie alla sofferta perseveranza essi potranno custodire la loro anima.

Ci sono tempi difficili e bui in cui al credente è chiesto semplicemente di resistere, di rimanere saldo, di custodire l’interiorità, di mantenere la fede, di salvaguardare la propria umanità, di preservare la propria anima dal caos e dalla confusione.

E questo sarà come chicco di grano caduto a terra che darà frutto.

La perseveranza che salva l’anima non è nulla di intimistico, ma atto della responsabilità storica di chi osa pensare e lavorare per un futuro che sarà oltre e dopo di lui.

Questo stesso tempo difficile che stiamo vivendo ci educa a vivere nella speranza, sapendo già che chi oggi è chiamato a seminare non potrà vedere il frutto, né raccoglierlo.

Tuttavia stiamo facendo quanto il Signore ci chiede: siamo servi senza utile lieti di avere servito e perseverato con il Signore, consapevoli che la storia è il tempo custodito da Dio e orientato all’incontro con Lui.

MM