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«Se tu conoscessi il dono di Dio! » (Gv 4,10). La meraviglia della preghiera si rivela proprio là, presso i pozzi dove andiamo a cercare la nostra acqua: là Cristo viene ad incontrare ogni essere umano; egli ci cerca per primo ed è lui che ci chiede da bere. Gesù ha sete; la sua domanda sale dalle profondità di Dio che ci desidera. Che lo sappiamo o non lo sappiamo, la preghiera è l’incontro della sete di Dio con la nostra sete. Dio ha sete che noi abbiamo sete di lui (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2560)

La III, IV e V domenica di Quaresima del ciclo “A” presentano l’iniziazione cristiana al battesimo attraverso il simbolismo rispettivamente dell’acqua (III), della luce (IV) e della vita (V). Non potendo celebrare l’eucaristia, forse in questa domenica possiamo fare esperienza di quanto la Parola di Dio ci possa nutrire. Le letture di questa domenica sono ricchissime ed è una opportunità che esse suonino forte nel silenzio di questi giorni surreali e spaventati, in cui il mondo intero e il nostro paese in particolare appaiono minacciati da ciò che ha mostrato in un attimo tutta la fragilità della nostra vita e dei nostri sistemi sociali ed economici.

Un Dio debole

Ma solo nella fragilità emergono le nostre possibilità più autentiche. Per questo l’evangelista non teme di attribuirla allo stesso Gesù, mostrandocelo come un uomo stanco, assetato, che chiede da bere. Nessuna tradizione religiosa ha mai presentato Dio così. Dio è l’Onnipotente, Colui che sa tutto, che può tutto, non un debole. Una cosa che sconcerta l’uomo di ogni tempo, sia esso il credente o il non credente. Dio non può essere debole. Non sarebbe Dio.

Un filosofo francese convertito, autore anche di celebri romanzi, Eric-Emmanuel Schmitt, in una pièce teatrale intitolata: Il visitatore immagina che il vecchio Sigmund Freud nella Vienna occupata dai nazisti una notte riceve la visita di uno strano visitatore, che si scopre essere Dio. Freud Gli manifesta le sue obiezioni, accompagnate dal rumore delle SS che infrangono le vetrine e picchiano la gente: “«Fermali, perché non li fermi?». E il visitatore risponde: «Non posso!». «Perché non puoi? Tu sei onnipotente!». «Non più! Ho perduto l’onnipotenza e l’onniscienza nel momento in cui vi ho creati liberi». E Freud chiede: «Ma perché hai fatto questo?». «Per la stessa ragione che fa fare le sciocchezze, che fa fare tutto e senza la quale nulla sarebbe… Per amore». Freud impallidisce. E il visitatore osserva: «Tu abbassi gli occhi, caro Freud, non ne vuoi sapere di un Dio che ama, vero? Preferisci un Dio che tuona, un Dio corrucciato, vendicativo, con la fronte accigliata e il fulmine tra le mani… Tutti voi uomini preferite un Padre terribile piuttosto che un Padre amorevole… Perché vi avrei fatto, se non per amore? Ma voi non ne volete sapere dell’affetto di Dio, non ne volete sapere di un Dio che piange, che soffre… Eh già, a te piacerebbe un Dio davanti a cui ci si prostra, non un Dio che si mette in ginocchio»” (Il visitatore, Roma, Edizioni e/o, pp. 104-105).

Anche nel vangelo di oggi Gesù si presenta come un mendicante, affidandosi alla volontà della donna. Una cosa sconcertante, anche per altri motivi. Nel Talmud si dice che Rabbi Yosé il Galileo, che si era fermato per strada a chiedere indicazioni a una donna si vide apostrofato da lei in questo modo: “Stupido Galileo, non hanno forse comandato i saggi: ‘Non impegnarti in una lunga conversazione con una donna?’”. Un rabbino non parlava con una donna per strada; anche a sua moglie si rivolgeva solo nell’intimità della casa. Che Gesù le parli, suscita meraviglia a lei stessa, oltre che ai discepoli (vv. 9.27). Oltretutto siamo nella Samaria, una terra ostile ai Giudei. Si era separata ai tempi di Geroboamo, nel 930 a.c., ed era stata colonizzato dagli Assiri nel 722 a.c., evento che segnò l’inizio di una religione sincretistica; gli abitanti di quella terra avevano sposato donne assire e ne erano nati figli “meticci”, non di pura razza e religione ebrea. Ai piedi del monte Garizim esiste ancora il pozzo che la tradizione attribuisce a Giacobbe. Per la mistica ebraica, l’apertura del Pozzo, fu una delle sei cose create da Dio al crepuscolo prima del grande riposo del Creatore.

Nonostante ciò Gesù chiede alla donna “dammi da bere”. Giovanni ama giocare sugli equivoci che Gesù crea quando pronuncia alcune parole (acqua, vita, nascere…) che hanno bisogno di molto dialogo e ascolto per essere raggiunte nella loro profondità.

– Nel capitolo 1 c’è l’acqua del battesimo di Gesù nello Spirito;

– Nel capitolo 2, alle nozze di Cana, si parla di anfore (brocche) vuote e di acqua diventata vino sponsale di gioia;

– Nel capitolo 3, con Nicodemo, c’è la proposta di nascita dall’acqua e dallo Spirito;

– Al capitolo 4 Gesù e la donna parlano di sete e, per 9 volte, di acqua;

– nel capitolo 5, alla piscina di Bethzaethà, abbiamo la guarigione di uno della moltitudine di paralitici «essiccati», in attesa dell’acqua prodigiosa che tornerà in scena al capitolo 7: «“Chi ha sete venga a me e beva»;

– Perfino il cieco del capitolo 9 ha bisogno, per guarire, di fango impastato con il fiato umido e sacramentale di Gesù.

– Nel capitolo 13 Gesù prende dell’acqua e lava/guarisce i piedi dei discepoli.

– Nel capitolo 19 dal costato di Gesù esce, insieme a sangue, anche acqua.

Gesù stanco per il viaggio si siede vicino a quel pozzo, proprio nell’«ora sesta», quella stessa ora in cui dal fianco aperto del crocifisso sgorgherà sangue ed acqua.

L’acqua è, in quanto segno della vita, un dono di Dio. Un proverbio dei nomadi suggerisce: «Domanda il latte alla tua cammella, un figlio alla tua donna. Ma chiedi l’acqua solo a Dio».

Nella I lettura gli Ebrei, apparentemente, l’hanno chiesta a Dio. Ma l’hanno chiesta nel modo sbagliato. Protestando, mormorando, rimpiangendo la schiavitù in Egitto. La loro è stata una sfida più che una richiesta. Gli Ebrei, nel deserto, avevano bisogno dell’acqua. Ma avevano bisogno, soprattutto, di fidarsi. Sono passate poche settimane dal passaggio dal Mar Rosso, i 10 prodigi, eppure tutto questo è stato dimenticato in fretta di fronte all’acqua che manca! L’uomo dimentica con facilità i benefici del Signore, ha la memoria corta.

Per questo il Signore non esita a chiedere, per renderci partecipi di ciò che davvero conta. Anche la donna di Samaria aveva bisogno di qualcos’altro.

L’importanza dei fraintendimenti

La domanda che Gesù rivolge alla Samaritana suona come l’avance di uno che vuole abbordarla. Ha capito bene. È proprio l’inizio di un corteggiamento. Ai bordi del pozzo Giacobbe aveva corteggiato Rachele (Gen 29,9ss; cf. Gen 24) e Mosè aveva abbordato Zippora che poi sposerà (Es 2,10-22). Ma Gesù, a differenza da loro, non esibisce forza e seduzione. Stanco e abbandonato sul pozzo, manifesta la sua debolezza.

I fraintendimenti sono fondamentali per…intendersi. Aprono l’orizzonte al diverso: se si è disposti alla novità, i fra-in-tendimenti sono il principio dell’in-tendimento-fra le persone, il luogo fecondo di intelligenza, di amore, di vita.

E infatti, oltre il pozzo con l’acqua materiale c’è anche quel pozzo profondo che è la donna e il suo cuore; oltre l’acqua che soddisfa la sete fisica, c’è un’altra acqua che la donna ancora non ha trovato. Ha cambiato vari mariti (5+1), ma non ha ancora incontrato lo Sposo, di cui pure ha sete. È l’acqua della quale pure Gesù ha sete: l’amore tra lo Sposo e la sposa.

Gli equivoci, dopo l’acqua, gli ex mariti e l’attuale convivente (vv.16ss), si trasferiscono in seguito sui vari luoghi e modi di adorare Dio (vv. 20ss), per raggiungere infine il cibo, la messe e il raccolto (vv. 27ss).

Acqua, pane, amore e Dio sono i bisogni fondamentali che ognuno conosce e sui quali ci si fraintende. Ognuno ne ha un’esperienza limitata e propria, diversa dall’altro. Un botanico classifica la rosa, un giardiniere la coltiva, un fiorista la vende, e un innamorato la dona alla sua donna. La quale, a sua volta, non la mangia né la classifica né la coltiva né la vende: ne gioisce come segno di ciò che dà luce alla sua esistenza. Quante diverse reazioni può ispirare la stessa rosa! Dio ha sete della nostra sete

Il fraintendimento forse più grande è che Gesù ha sete della sete di quella donna, per poterla esaudire. La Samaritana è venuta per prendere acqua e Lui le chiede da bere. Ma stranamente nessuno dei due berrà. Quando il Signore ci chiede qualcosa, è perché vuole darci qualcos’altro, qualcosa di indispensabile, che possiamo ricevere solo nella fede, nella fiducia in lui.

Lo aveva capito molto bene un poeta induista, il grande Tagore. In un suo racconto immagina che un mendicante è alle porte della città e sente passare la carrozza del re. E il mendicante pensa: «Questa è la mia grande occasione, finalmente potrò avere tutto quello che desidero», e si mette all’angolo della strada. La carrozza si ferma, il re scende, stende la mano e dice: «Hai qualcosa da darmi?». E il mendicante, più stupito che arrabbiato, si fruga in tasca, trova un piccolo chicco di grano e glielo dà. Il re lo prende, lo ringrazia e se ne va. E per tutto il giorno questo mendicante rimugina: «Ma è mai possibile? Un re che chiede l’elemosina a un mendicante?». Ma la sera, guardando nella tasca vede con grande stupore che al posto di quel chicco c’era un granello d’oro. E rimpiange la sua grettezza: «Se avessi dato tutto, adesso sarei ricco!» (Tagore, Gitanjali, Roma, Sovera, 2012, L, 35-36). Tagore, pur non essendo cristiano, ha colto un aspetto sconcertante ma fondamentale della relazione con Dio: quando Dio ci chiede qualcosa in realtà è perché vuole darci qualcos’altro, di indispensabile per la vita.

«Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è che ti dice dammi da bere tu avresti chiesto a lui e ti avrebbe dato acqua viva», Gesù chiede da bere per dare un’acqua che spenga la sete dello spirito. L’uomo ha fame e sete anzitutto di senso, ha fame di amore, ha fame di significato, ha fame di pienezza di vita. L’acqua e il pane terreni non sono sufficienti: quest’acqua ce la può dare soltanto il Signore.

Un incontro che ci rivela a noi stessi

In questo incontro Gesù si fa conoscere e anche la donna viene svelata a se stessa.

Con le donne Gesù va diritto all’essenziale: «Vai a chiamare colui che ami». Ha avuto cinque mariti. Gesù non istruisce processi, non giudica e non assolve, va al centro. Chissà, forse quella donna ha molto sofferto, forse è stata abbandonata, umiliata cinque volte con l’atto del ripudio. Forse ha il cuore ferito. Forse indurito, forse malato. Ma lo sguardo di Gesù non si posa sugli errori della donna, ma sulla sete d’amare e di essere amata.

Questo numero sei allude a un’imperfezione e rimanda a un bisogno di completezza. Le manca lo Sposo vero, il settimo, Colui che può rispondere al suo desiderio di essere amata. Gesù si rivela qui come lo Sposo vero che dà pienezza a quel desiderio profondo che ciascuno di noi si porta nel cuore. Non rimprovera, offre: se tu sapessi il dono di Dio. Gesù fa emergere la storia di questa donna non per giudicarla, ma perché possa comprendere ciò che le manca.

È difficile parlare delle sofferenze senza cadere nel vittimismo o nel moralismo. E questo non per cattiveria, ma perché la situazione degli altri ci ricorda le nostre ferite irrisolte, che cerchiamo di coprire, di non parlarne, anche per rispetto.

Si dice che nella camera d’albergo dove si suicidò lo scrittore Cesare Pavese venne trovato un biglietto con una sola frase: «Per favore, non fate pettegolezzi». Era la stessa frase che scrisse il poeta russo Majakovskij 20 anni prima, quando si suicidò: «Niente pettegolezzi».

E questo forse è anche il motivo per cui questa donna era andata ad attingere l’acqua proprio a mezzogiorno. Era l’ora più calda del giorno, l’ora in cui nessuno avrebbero spettegolato su di lei, sui suoi cinque mariti, sul convivente…

Gesù, invece, è capace come nessun altro di entrare nell’intimo di questa donna senza forzarla, rispettandone le ferite, dimostrandosi un magnifico «chirurgo dello spirito». Ed è proprio questo che stupisce la donna, fino a riconoscerlo come il Messia.

La missione

Ormai non è più la stessa donna che era giunta solitaria al pozzo. “Lasciò la sua anfora…”. Questo lasciare rimanda ad altri gesti simili scaturiti dall’incontro con il Signore, a Simone e Andrea, a Giacomo e Giovanni, a Matteo, chiamati dal Signore, che lasciano, il padre, i garzoni, le reti, la barca, i soldi per seguire Gesù.

L’amore rende missionari. Solo chi ha fatto l’esperienza di sentirsi amato nella sua debolezza può annunciare veramente Cristo come Salvatore. La donna invita la sua gente ad andare a vedere un uomo. Colui che prima aveva definito come Giudeo (4,9), ora viene presentato come uomo: per la donna non valgono più i pregiudizi razziali e religiosi. La Samaritana accenna a lui come il Cristo, ma ciò che conta è che quest’uomo “ha detto di lei tutto quello che aveva fatto”.

Mentre i Giudei hanno rifiutato Gesù, sorprende che siano proprio gli eretici e scismatici samaritani, un popolo semipagano, a comprendere il Suo messaggio di Gesù e a credere in Lui.

Toccati dal bacio di Dio

Gesù: lo ascolti e nascono fontane. In te. Per gli altri. Come un’acqua che eccede la sete, che supera il tuo bisogno, che scorre verso altri, crea un canale, attraverso il quale l’acqua sia libera di scorrere verso altre bocche, altre seti. «L’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua». Importante è il particolare «in lui». La fonte che assicura vita e fecondità è aperta dentro a ciascuno. Il credente non è uno a cui Dio dona – come a Mosè – una bacchetta magica. Il pozzo è scavato dentro di me.

In questi nostri giorni senza (senza celebrazioni, senza liturgie, senza incontri) sentiamo attuale la domanda della Samaritana: dove andremo per adorare Dio? Sul monte o nel tempio? La risposta è diritta come un raggio di luce: non su un monte, non in un tempio, ma dentro. In spirito e verità.

L’adorazione non è un luogo, è un atteggiamento: è lasciare entrare Dio nel nostro intimo.

Il verbo greco dell’adorare ha una sfumatura che è legata all’atto del baciare: il bacio è il segno più intimo dell’affetto. È la stessa espressione che la Bibbia usa per la creazione dell’uomo, il soffio vitale di Dio passa dalla sua bocca, letteralmente “bacia l’uomo” e gli comunica la vita (Gen 2,7). Dio bacia l’uomo alla sua nascita e lo bacia alla sua morte. “Un midrash dice che quando il Santo – benedetto Egli sia – terminò di dialogare con l’anima di Mosè che si rifiutava di lasciare il servo di Dio, egli allora prese l’anima di Mosè “con un bacio della sua bocca”. Sicché “Mosè, servo del Signore, morì nel paese di Moab sulla bocca del Signore” (Dt 34,5). Mosè non era morto quando aveva visto Dio faccia a faccia (Es 33,11), ma muore quando Dio lo bacia. Il bacio è infatti il massimo della comunicazione, è il segno della massima comunione ed esprime un amore senza fine. La sposa del Cantico invoca i baci di Dio, dello sposo, del Messia, perché sa che essi possono farla rimanere per sempre con lui in un amore eterno: non confesserà forse che l’amore è più forte della morte, più inflessibile dello Sheol? (Ct 8,5-7). Il bacio allora è l’introduzione all’”al di là” e il mezzo per appartenere a Dio anche nella morte” (E. Bianchi).

Gesù mostra a quella donna, che ha avuto cinque mariti e vari amanti, un’altra presenza: Egli la bacerà in una maniera che non aveva mai conosciuto prima, in una relazione così intima come quella che si comunica in spirito e verità.

Questa pagina di vangelo è anche per tutti coloro che, come la donna, hanno un passato un po’ «samaritano»: un passato di fallimenti, di ferite profonde. Questo brano dice che anche per loro c’è sempre Qualcuno che li aspetta, pronto ad accoglierli: nel pieno delle attività della giornata (o nel silenzio di questi giorni) c’è una voce che risuona, pronta a donarci quell’unica acqua in grado di darci la vita, di trasformarci, come quella donna, in testimoni di un Amore che non viene meno.

(Fonti: F. Rosini, A. Fontana, E. Ronchi)