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L’antifona d’ingresso ci ha invitato alla gioia, perché il Signore è vicino.

Non c’è situazione, bella o difficile, in cui possiamo essere de-solati o che non sia sotto lo sguardo di amore e di consolazione di Dio.

La nostra gioia è sostenuta dunque dall’esperienza che facciamo di Dio, a motivo del suo riempire di senso la nostra vita.

La gioia cui siamo invitati è proporzionale alla profondità della nostra fede.

Vediamo come le letture proclamate illuminano questo mistero.

Isaia nell’esperienza amara dell’esilio si rivolge a gente sfiduciata, per aiutarla a sperare nella salvezza che viene dal Signore.

Trasformare il deserto in giardino è opera solo di Dio, mentre custodire il desiderio di incontrarlo è affidato a noi.

Nell’ora del ritorno la terra sarà trasfigurata e gli uomini sperimenteranno una gioia e consolazione mai provata prima, che non tramonterà più nel loro cuore.

Quando Dio rientrerà nel giardino trasformato in deserto dal peccato dell’uomo, allora la sua gloria apparirà nei segni di una umanità sanata e guarita dalla paura.

Isaia prospetta un uomo restituito alla sua dignità e disposto alla comunione, di cui la terra divenuta giardino come nel giorno della creazione ne è segnale.

La lettera di Giacomo è destinata ai cristiani di origine giudaica che sono nella diaspora: ossia ancora in una situazione di dispersione.

Si tratta di un vigoroso avvertimento contro un cristianesimo puramente di facciata e un appello a una fede che dia il coraggio di cambiare la vita.

La parola non va solo accolta, ma anche messa in pratica!

Pertanto, la vita del cristiano deve essere sobria, vigilante e pura, perché il Signore è vicino.

Giacomo per esortare alla pazienza fiduciosa usa l’immagine dell’agricoltore, che attende con speranza le piogge autunnali e primaverili.

Finché non giungono quelle piogge, il contadino non può fare assolutamente nulla per i lavori della semina.

La pazienza perciò si apre alla fiducia in Dio che lavora sempre perché il seme del vangelo porti frutto.

La fiducia del cristiano, che gli fa sopportare le difficoltà e le sofferenze del tempo presente, nasce dalla certezza che Dio sta operando in mezzo al deserto per trasformarlo in un giardino.

Il vangelo si apre con la domanda radicale dell’uomo per riconoscere il Signore.

Gesù risponde al Battista – e a noi oggi – , rimandando alle sue opere, a un’esperienza.

Il capitolo undecimo del vangelo di Matteo parla del rapporto dell’uomo con Gesù: inizia con il dubbio, si apre alla domanda e si conclude nell’accettazione o nel rifiuto della sua parola.

La gioia vera sta nell’uscire dall’ambiguità e verificare la nostra posizione nei confronti del Signore.

La pazienza si apre alla beatitudine per chi non si scandalizza della debolezza con cui il Regno di Dio si presenta in mezzo a noi.

La domanda del Battista in carcere è salutare, perché manifesta l’inconsistenza delle sue attese e lo apre all’ascolto di ciò che l’altro dice.

Giovanni è l’icona dell’uomo che si fa domanda, per ricevere dal Signore la risposta.

La gioia autentica è il non scandalizzarci di Gesù, di un Dio che viene in modo diverso da come lo aspettiamo, compiendo le sue promesse che sono differenti dalle nostre attese.

Giovanni non è un maestro di certezze, ma un cercatore della verità che si pone in questione e si mette in ascolto.

Questa è la grandezza elogiata da Gesù: il suo essere un uomo autentico, disposto a sostenere il dialogo con Dio, ad accoglierlo senza paura nel giardino da cui Adamo lo aveva fatto uscire per paura.

Giovanni interroga il Signore, non si nasconde udendo i suoi passi sulla terra che egli abita.

E il Signore risponde ad Adamo sulla croce, dove caricandosi del deserto del mondo ci restituisce alla nostra verità di figli di Dio, di co-abitatori di un giardino riedificato.

Contemplando allora il crocifisso-risorto il nostro cuore si apre veramente alla gioia, la nostra pazienza trova il suo frutto, la nostra attesa ottiene la risposta, perché lì contempliamo la nostra cecità guarita, la nostra sordità sanata, il nostro essere muti aprirsi al rendimento di grazie.

Questa è l’opera del Signore: una meraviglia ai nostri occhi; pertanto rallegriamoci sempre nel Signore perché egli è vicino alla debolezza di ogni uomo.

Siamo nel giardino e non siamo più desolati; la nostra polvere non può più essere detta abbandonata, perché siamo consolati dall’amore e la nostra terra è baciata dalla Parola che ci salva. Amen.