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II QUARESIMA C – OMELIA

Nel vangelo di Lc la trasfigurazione conclude la prima parte del vangelo, dedicata a capire l’identità di Gesù. Erode pensa che sia un Profeta, la gente dice che è il Battista, Pt afferma che è il Cristo di Dio, ma non sa che cosa voglia dire Cristo e non sa che cosa voglia dire Dio. Gesù spiega che Lui sarà il Servo di Yhwh, che passa attraverso la croce e risorgerà: solo così vincerà il male. In questo contesto si pone l’episodio della Trasfigurazione. “Salì sul monte a pregare”. Solo Luca sottolinea che Gesù sta pregando. In questa preghiera si fa accompagnare da Pietro, Giovanni e Giacomo, gli stessi discepoli che lo accompagneranno in un’altra preghiera, nel Getzemani, dove Gesù mostrerà un altro volto, non il volto luminoso, ma quello sfigurato della Passione. In fondo è lo stesso atto, come 2 facce della stessa medaglia: da un parte il volto nascosto e dall’altro il volto pubblico. Mentre prega il Suo volto cambia di aspetto. La preghiera mostra il doppio volto di Gesù e mostra il doppio volto della realtà, della vita, che trovano unità nella preghiera. In questo momento di nulla che è la preghiera, si vede la nostra inutilità, ma nello stesso tempo cambia il senso di tutto, ci viene mostrata la direzione. Nella preghiera le cose mostrano il loro segreto, cambiano di aspetto, ma lo fanno solo in Dio. E “videro la sua gloria”. La gloria di Dio è un altro elemento tipico del vangelo di Luca, indica una luce che si mostra nel silenzio, nel nascondimento, nel buio della vita. La gloria di Dio appare ai pastori quando Gesù nasce, nell’incontro con il vecchio Simeone, nelle tentazioni di Satana che offre la gloria di questo mondo, alla fine del Vangelo, quando Gesù dirà ai discepoli di Emmaus “non bisognava che il Cristo patisse….per entrare nella sua gloria?”. S. Agostino, in una splendida omelia, presenta questi due aspetti paradossali che si incontrano nei due bracci della croce, la bellezza e la spogliazione di Dio in Gesù, l’unico che può mantenerle unite: «Due trombe suonano in modo diverso, ma uno stesso Spirito vi soffia dentro l’aria. La prima dice: Bello d’aspetto, più dei figli degli uomini; e la seconda dice: Lo abbiamo visto: egli non aveva bellezza, non decoro. Le due trombe sono suonate da un identico Spirito: esse dunque non discordano nel suono. Non devi rinunciare a sentirle, ma cercare di capirle […]. Egli non aveva né bellezza né decoro, per dare a te bellezza e decoro»1.
Gloria, in ebraico kavod, indica il peso, la verità di una persona: è la sua realtà, il suo spessore. In questa luce si mostrano Mosè ed Elia, che sono immagine dell’intera Scrittura, “la Legge e i Profeti”, come ricorda spesso il vangelo. Ma solo Luca ricorda il tema del loro dialogo con Gesù: parlavano del suo esodo, la morte di croce. La scrittura indica il cammino. E da qui comincerà il viaggio di Gesù verso Gerusalemme, che occuperà tutto il resto del Vangelo di Lc. Pietro riconosce che “è bello stare qui”, resta sopraffatto da questa bellezza. Vorrebbe trattenerla, fare 3 capanne e viverci per sempre. Ma la bellezza del Tabor trova compimento solo sul Calvario. Mentre Pietro sta ancora parlando ecco venire la nube della Presenza di Dio, che li avvolge con la sua ombra, e suscita nei discepoli timore e tremore. Dio si manifesta non nella luce che abbaglia ma nella nube che oscura e non permette di vedere: percepiscono la Presenza di Dio ma non la vedono. E dalla nube una voce. Due sole volte il Padre parla nel Vangelo di Lc: al Battesimo e sul Monte. Per dire: è il mio figlio, lo amo. Ora aggiunge un comando nuovo: ascoltatelo. Il Padre prende la parola, ma per scomparire nella parola del Figlio: ascoltate Lui. La fede si fonda sull’ascolto e non sulla visione. Sali sul monte per vedere il Volto e sei rimandato all’ascolto della Voce. Così, nel silenzio, si conclude questo evento così difficile da narrare. Il monte Tabor e il monte Calvario: i 2 volti di Gesù, i due aspetti della Sua bellezza, i due aspetti del reale. La luce e le tenebre, i 2 opposti che solo in Gesù trovano unità. Dostoevskij, che fu un grande scrittore e un grande credente, aveva colto molto bene questo duplice aspetto. In un suo romanzo ha scritto la celebre frase: “il mondo sarà salvato dalla bellezza”. Ma la bellezza di cui parla non è quella a cui si pensa spontaneamente, la bellezza patinata delle riviste, delle pubblicità o della chirurgia estetica. La frase di Dostoevskij risuona in un contesto terribile; è la risposta rabbiosa che Ippolit, un ragazzo di 18 anni che sta morendo di tisi, grida al principe Myskin: «“È vero, principe, che lei una volta ha detto che la bellezza salverà il mondo? […] Ma quale bellezza salverà il mondo?…”»2. E Myskin, il personaggio che per Dostoevskij ricorda Gesù, non risponde a questa obiezione. Rimane in silenzio, perché non esiste parola che possa sostenerne il peso. La bellezza non allontana da sé il dolore e la sofferenza, essa mostra anzi il suo lato più toccante facendosi carico di tutto questo. Il card. Martini, commentando questo passo, si sofferma su questo silenzio, sul non detto che sgorga dal confronto e mostra un aspetto essenziale della bellezza: «Non basta deplorare e denunciare le brutture del mondo. Non basta neppure parlare di giustizia, di doveri; solo questa bellezza rapisce veramente i cuori e li rivolge a Dio. Sembrerebbe quasi che il silenzio di Myskin voglia dire che la bellezza che salva il mondo è l’amore che condivide il dolore»3. “Ascoltatelo”. È un’esperienza che tutti dobbiamo fare: stare con le scritture e qualcosa si muove dentro di noi. Pregare trasforma: tu diventi ciò che contempli, ciò che ascolti, ciò che ami, diventi come Colui che preghi. È bello stare qui, bello è il Signore, ma è bello stare con Lui. Più il Signore è bello, più è bello stare con Lui. Il paradiso è l’esperienza che si gusta nell’intimità con il Signore, quell’intimità che sulla croce il ladrone troverà con Gesù. Il paradiso è stare con Lui.
(Fonti: F. Rosini, F. Armellini, E. Ronchi,)


1 AGOSTINO, S., In Io Ep. 9,9; cfr De bon. vid., 19,24.
2 F. DOSTOEVSKIJ, L’idiota, in ID., Romanzi e taccuini, Firenze, Sansoni, 1963, vol. II, 470.
3 C. M. MARTINI, «Quale bellezza salverà il mondo?», in ID., La bellezza che salva. Discorsi sull’arte, Ancora,
Milano, 2002, 104.103.