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Dopo aver seguito Gesù nel deserto e aver affrontato l’oscurità del proprio cuore; dopo aver contemplato la bellezza dell’uomo glorificato, cifra di tutta la creazione, il catecumeno in cammino verso la rinascita del battesimo è chiamato ad ascoltare la sua sete.

La sete è tutto, sia quella materiale, fatta d’acqua, sia la sete del cuore, quella che inaridisce la vita, se non incontriamo nulla che possa dissetare il bisogno di felicità che portiamo dentro.

In questo cammino di ascolto della propria sete, il catecumeno incontra un Dio assettato e stanco, che sulla croce ha espresso drammaticamente questa sua arsura.

Gesù, stanco, siede al pozzo di Giacobbe, a Sicar, nell’ora più calda della giornata.

Ha sete della fede della donna che viene a prendere acqua in quell’ora improbabile, per non essere vista dai suoi concittadini.

Dio è stanco di cercare un uomo che lo fugge.

Stanco di cercare un uomo che si disseta ad acqua salata, che crede di sapere, che vaga cercando risposte. Che muore di sete a pochi metri dalla sorgente chiara e limpida.

Il Signore aspetta la donna, simbolo della sposa – l’umanità – da riconquistare.

Il pozzo è nella Scrittura il segno dell’alleanza tra Dio e il suo popolo.

Il profeta Geremia parla di «Israele che ha abbandonato il Signore, fonte di acqua viva, per scavarsi cisterne screpolate che non tengono l’acqua» (2, 13).

Il pozzo di Giacobbe è il segno di questa realtà misteriosa e divina; è un buco nella terra che permette di arrivare all’acqua.

Giovanni sottolinea che il pozzo è profondo, e pertanto bisogna scendere in profondità per tirare su l’acqua che permette di vivere.

È dunque un simbolo importante dell’approfondimento, dell’interiorità; è l’esigenza di andare a fondo nella nostra intimità, non accontentandosi della superficie.

Ma i pozzi erano anche un luogo naturale per l’incontro fra un uomo e una donna.

La storia è impostata proprio per far pensare al lettore questo, anche se poi le cose prenderanno un’altra piega, ma è importante entrare nella prospettiva dell’incontro amoroso.

Ad un certo punto del discorso la donna di Samaria verrà messa di fronte alla sua condizione matrimoniale e si scoprirà che questa donna ne ha sei di mariti; ne ha avuti 5 e quello che ha adesso non è suo marito.

Di nuovo il numero sei: è l’ora sesta, ha sei mariti.

Il sei è il numero della imperfezione, è il numero tipico dell’umanità creata il sesto giorno, il sei è il numero della incompletezza che tende alla pienezza del sette.

In qualche modo Gesù si presenta come il settimo, sarà cioè lo sposo che farà entrare la donna di Samaria nella pienezza dell’amore.

È qui allusa tutta la tradizione dei profeti sul popolo che si è prostituito, che ha tradito l’alleanza, la fedeltà e gli impegni con il suo Dio.

Ma qui sta la sorpresa: Dio non ripudia il suo popolo, ma vuole riconquistare la sposa ferita e riportarla al suo abbraccio che avverrà paradossalmente proprio sulla croce.

Gesù, lo sposo, vuole dissetare fin nel profondo la sete dell’umanità sua sposa.

Gesù giunge a dire che invece dell’acqua stagnante può donare acqua di sorgente: lo Spirito Santo, anzi, che la donna può diventare essa stessa una sorgente: una abitazione dello Spirito.

Gesù sembra chiedere, invece dona: sulla croce esprimerà la sua sete, ma poi donerà dal suo costato l’onda di vita sacramentale dello Spirito.

Noi abbiamo sempre l’idea di un Dio che pretende; Gesù, invece, ci manifesta il volto di un Dio provvido che si dona e si offre per la nostra sete e per farci entrare in una pienezza di vita.

Quando il Signore ci rivela il nostro peccato – come fa qui con la donna di Samaria – è solo perché ci conosce sin nel profondo e non ci giudica ma ci ama.

Noi non possiamo convertirci per la paura o per il giudizio, ma solo in quanto amati.

Unicamente se entriamo nella rivelazione dell’amore di Dio possiamo cambiare.

Il simbolo del cambiamento di questa donna è espresso da un gesto: essa lascia lì il suo mondo vecchio; quella brocca dimenticata presso il pozzo è la fine di una vita.

Ma decisiva per la conversione è anche l’altra azione strana che essa compie: la donna, che non vuole vedere nessuno per paura del giudizio, corre indietro gridando e attirando l’attenzione.

Messa di fronte alla propria realtà, e scoprendosi amata nonostante il suo peccato, questa donna è sconvolta, è cambiata: fa l’opposto di quello che era abituata a fare.

Giovanni racconta in sintesi l’esperienza dell’incontro con Gesù. Questa donna di Samaria è l’immagine della umanità redenta.

C’è una strofa splendida del “Dies irae” in cui il poeta teologo riassume questo episodio: Quaerens me, sedisti lassus, / Redemisti crucem passus: / Tantus labor non sit cassus.

«Cercando me ti sei seduto stanco» è l’unica volta in cui si dice che Gesù si siede stanco, e il poeta dice: «Mi hai redento soffrendo la croce; tanta fatica non sia sprecata».

Nella donna di Samaria allora ci sono io; è la mia storia che viene raccontata, è la mia sete, è la mia esperienza di amore e di conversione.

Credere in Gesù cambia la vita, cambia la persona.

Questo è il cambiamento che determina la salvezza.