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Giovedì Santo 2018

IL NOME DI GESÙ

Omelia del Card. Vicario De Donatis

Chiesa del Gesù (3 gennaio 2019 – Festa del SS. Nome di Gesù)

 

 “Gli fu messo nome Gesù come era stato chiamato dall’angelo”.

Tommaso da Celano nella ‘Vita Prima di Francesco di Assisi’ scrive: “Lo sanno molto bene i frati che vissero con lui: come ogni giorno, anzi ogni momento, affiorasse sulle sue labbra il ricordo di Gesù, con quanta soavità e dolcezza gli parlava, con quale tenero amore discorreva con lui, la bocca parlava dalla pienezza del cuore e quella sorgente di illuminato amore che lo riempiva dentro traboccava anche fuori. Era davvero molto occupato con Gesù: Gesù portava sempre nel cuore, Gesù sulle labbra, Gesù nelle orecchie, Gesù negli occhi, Gesù nelle mani, Gesù in tutte le altre membra.” E San Bonaventura racconta di come Francesco raccattasse per via i pezzi di carta per timore che vi fosse scritto il nome di Gesù e vi fosse calpestato.
Carissimi, in questo giorno del tempo di Natale la liturgia ci invita a soffermarci ancora sul mistero dell’Incarnazione: la memoria del Nome di Gesù non è una bella devozione, è un invito, un invito a metterci di fronte alla persona stessa del Signore nella verità. Sappiamo bene infatti che si può cadere nel rischio di avere sulla bocca il suo nome senza avere con Gesù quell’intima amicizia tale da farci gustare la sua dolcezza già qui sulla terra, per avere la felicità nel cielo.
E ci piace pensare che i santi si riconoscano da come pronunciavano il nome di Gesù. Così è stato per Francesco, così è stato per Ignazio, così per Teresa di Gesù Bambino e per tanti altri, non ultimi innumerevoli uomini e donne di oggi che, nella nascosta fedeltà quotidiana, vivono e fanno vivere agli altri la forza e la tenerezza del suo nome. Il vangelo ci presenta quel nome al momento dell’annunciazione a Maria (in Luca) e poi rivelato nel sogno a Giuseppe (in Matteo); e queste pagine del Nuovo Testamento sono insieme un compimento, possiamo dire, della rivelazione del nome divino a Mosè nell’episodio del roveto ardente che brucia senza consumarsi. Potremmo dire infatti che nel nome di Gesù è nascostamente contenuto ed allargato il tetragramma Io Sono Colui che Sono fino all’affermazione: Dio salva. Il nome era rimasto per così dire incompleto ed ora viene pronunciato fino in fondo: il Dio che è, è il Dio presente e salvatore. Il nome di Gesù significa ‘Dio è salvezza’, ‘Dio salva’. L’angelo che parla a Giuseppe nel sogno chiarisce in che cosa consiste questa salvezza: egli salverà il suo popolo dai suoi peccati. Quel bambino viene così messo in relazione immediata con Dio, viene collegato direttamente con il potere santo e salvifico di Dio, un Dio che perdona, che salva, che dà molto di più di ciò che noi potevamo aspettarci. Non è, come molti speravano, una liberazione esteriore dal dominio dell’oppressore ma una libertà interiore, che ci rende capaci di respirare sempre la presenza di Dio, anche se dovessimo essere schiavi.
Nel vangelo sono tanti a incontrare Cristo come Signore, come Maestro, come figlio di Davide, ma soltanto in tre casi viene aggiunto il nome Gesù. Vi vorrei richiamare semplicemente questi tre momenti.
Il primo caso è quello dei dieci lebbrosi, secondo il capitolo 17 di san Luca. Tutti, tutti all’unisono alzano la voce, consapevoli che, dovendo mantenersi a distanza a causa della lebbra, il grido comune sarebbe risultato più forte: Gesù Maestro, abbi pietà di noi. Eppure solo uno tra i dieci, solo uno, torna a ringraziare Gesù: aveva capito che non basta la sola guarigione fisica se non corrisponde alla salvezza dell’anima. Quante persone, quante, ancora oggi, invocano il nome di Gesù per ottenere qualcosa. Mentre lui non vuole darci qualcosa, vuole darci sé stesso. Il suo nome – Dio salva – vuole imprimersi nel nostro nome, nella nostra vita, per salvarci: Gesù non è un semplice guaritore, Gesù è il salvatore.
Anche il cieco di Gerico grida dal profondo buio del suo isolamento: ”Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me”, per essere poi guarito dalla cecità e ricevere la parola che dice: “la tua fede ti ha salvato”, che equivale a dire: la tua fede ti ha fatto entrare in quel nome che hai invocato. È un invito anche per noi, un invito a voler entrare nel nome che pronunciamo, trasformando la preghiera in una unione che ci fa illuminare gli occhi.
L’ultimo che invoca Gesù per nome è il ladrone, il ladrone dalla croce: “Gesù ricordati di me!” Nell’ora della morte quel condannato trova la libertà, la salvezza, nel nome che gli apre la porta del paradiso, il nome davanti al quale ogni ginocchio si piega nei cieli, sulla terra e sotto terra. Il lebbroso e il cieco gridano quel nome, segno di tanti uomini di oggi che alzano a Dio la loro voce, nella sofferenza fisica e spirituale, nella povertà, nell’ingiustizia. Tra questi ci sono chissà quante persone che noi conosciamo che si affidano alle nostre preghiere e che ci chiedono di amplificare ancora di più la loro voce per raggiungere Dio. Il ladrone non ce la fa a gridare, ha poca voce, le sue parole sono sicuramente accompagnate dallo sguardo che si fissa su quel Dio che gli si è fatto compagno fino a quel punto, fino all’estrema sofferenza umana. E allora mi piace pensare che anche Maria coglie quel nome di Gesù pronunciato dalla croce comprendendo solo in quel momento, pienamente, il senso delle parole di Gabriele; il nome di Gesù pronunciato dall’arcangelo a Nazaret risuona ora nel nome pronunciato da un condannato a morte, il nome di Gesù portato da un messaggero del cielo e ora il sussurro di un morente della terra che desidera il cielo.
E allora, oltre il grido dei lebbrosi, oltre il grido dei ciechi, proviamo anche noi, con Maria, a sintonizzarci sul fragile, dolce concerto a due voci per angelo e ladrone: ci ritroveremo noi, in questo terzo giorno dell’anno, a fare da terza voce gridando, cantando, sussurrando, lodando il nome di Gesù con tutta la nostra vita terrena che desidera il cielo.
Così sia.