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IV DOMENICA DI QUARESIMA

RALLEGRATI GERUSALEMME

 

Dopo essere entrati nel deserto dietro a Gesù per scoprire noi stessi, essere saliti sul monte Tabor per contemplare la bellezza di Dio e aver scoperto insieme alla samaritana la nostra sete del Signore, oggi la parola ci aiuta a riflettere su cosa significa avere fede. Il racconto del cieco nato è un grande simbolo del battesimo, non però semplicemente come momento iniziale della nostra vita, ma come realtà continua dell’intervento di Dio che caratterizza tutta la nostra esistenza cristiana. Il battesimo è infatti l’intervento creatore di Dio che offre una capacità che prima non c’era.
Viene specificato subito che si tratta di una persona nata con questo limite, per cui non si tratta tanto di un intervento di guarigione per una malattia, ma piuttosto di una novità perché il cieco nato non ha perso la vista, non l’ha mai avuta.


È proprio l’immagine dell’uomo che è assolutamente impossibilitato vedere.
I segni che Gesù compie nel vangelo di Giovanni non sono risposte a esigenze o a richieste delle persone, ma sono sue iniziative libere e gratuite.
L’iniziativa è esclusivamente di Gesù che lo vede senza che l’altro possa vederlo; interviene nella sua vita senza che quello chieda niente, senza che quello desideri qualcosa.
Il primo gesto simbolico che Gesù compie è di sputare per terra.
La saliva è l’acqua del respiro che esce dalla bocca di Gesù e viene messa nella terra.
C’è qui un chiaro passaggio dall’alto al basso, c’è una discesa dell’acqua che arriva a terra; che esce dalla bocca del Signore come la sua parola.
La saliva legata al nostro respirare evoca la vita stessa di Gesù; cioè lo Spirito Santo è la vita di Dio che si mescola con la nostra terra.
Gesù si abbassa e impasta il fango; prende questo impasto, si alza e spalma gli occhi del cieco: è allusione al mistero della creazione, ma anche a quello della morte e della risurrezione.
Quest’uomo è lì seduto, rassegnato come tutti gli altri giorni, quando improvvisamente sente uno che gli sporca la faccia con del fango e gli dice: “Va’ a lavarti”.
Gesù non gli ha chiesto se vuole guarire, non gli ha detto che gli avrebbe aperto gli occhi; ha semplicemente fatto un gesto che quell’uomo non ha visto, ma lo hanno visto gli altri, cioè i discepoli.
Loro e noi siamo i destinatari di quel gesto; noi dobbiamo vedere, pensare e capire che cosa vuol dire quello che Gesù ha fatto.
Gesù al cieco indica con precisione estrema dove deve andare, proprio a quella piscina, la grande cisterna che è un deposito di acque.
Se il tempio è nel punto più alto della città, la piscina di Siloe è nel punto più basso.
Gesù sta costruendo un gesto simbolico: lo manda a Siloe perché quella piscina porta il nome di «inviato», cioè del Messia, del liberatore atteso.
Gesù vuole così ricreare e redimere.
Se l’uomo accetta di fare il cammino, con la fatica che comporta, con la fede che gli è richiesta, otterrà la capacità che non aveva mai avuto.
Giovanni sottolinea che quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Tutti questi verbi, che risuoneranno nei racconti che il cieco nato farà della sua guarigione, sono un cammino di crescita nella fede.


Perché è stato necessario il viaggio fino a Siloe?
Perché Gesù non gli ha aperto gli occhi istantaneamente?


Perché ha voluto significare come l’azione di grazia – che previene e crea – chiede la collaborazione della persona umana.
È il Signore che fa tutto, ma senza la nostra disponibilità non fa niente.
Il miracolo del cieco nato ripete e rappresenta un cammino battesimale, un passaggio cioè dalla tenebra alla luce dove la coscienza arriva prima della ragione, la fede prima del ragionamento.
È questa la vera fede!
E manifesta anche una nuova e piena auto-coscienza.
L’uomo è realizzato. Finalmente quest’uomo esiste, è diventato capace di Dio, capace di relazione, capace di vedere, capace di incontrare Dio.

Quest’uomo continua a ribadire di non sapere, ma lentamente la sua relazione con Gesù cresce.
Mentre ne parla aumenta la sua fede; sta facendo catechesi agli altri senza sapere niente.
L’unica cosa che può testimoniare – e la ripete più volte – è la propria condizione.
“Expertus potest credere”, “Chi ha fatto l’esperienza può credere” e quest’uomo ha fatto l’esperienza di una sua incapacità trasformata in capacità e, a forza di ripetere quella che è stata la sua esperienza, matura la sua fede in Gesù.
Dio vede la nostra tenebra e desidera illuminare la nostra conoscenza, i nostri sensi.
E pone una sola condizione: lasciarci mettere in dubbio, porci delle domande, indagare.
Il rischio, invece, è di fare come i farisei che sono convinti di non avere nulla da sapere, nulla da capire. Sanno, e basta.

Lasciamo che il Signore ci restituisca la luce, lasciamo che la sua Parola ci conduca alla verità tutta intera. Le domande, gli interrogativi, ci aiutino a scoprire in lui il Signore risorto della nostra vita.