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Il vangelo di oggi, Gv 8, 31-42, come accade spesso in Giovanni, è molto denso. L’invito che ci fa Gesù è quello di rimanere o dimorare nella sua Parola per essere suoi discepoli.

In questo inizio, sono interessanti due sottolineature: la prima che essere discepoli non significa essere ancora liberi, ma significa poter conoscere la verità che è Gesù: verità, via e vita, ed è Gesù successivamente a renderci liberi. Perciò non è automatico essere cristiani ed essere liberi. Ancor più interessante è vedere come i Giudei non sono interessati né al restare – dimorare nella sua Parola, né l’essere suoi discepoli; ma sono offesi dal fatto di sentirsi dire che non sono liberi! Anche questo fa parte della nostra esperienza: le pretese sono alte anche quando non facciamo nulla per meritarle!

I Giudei non vogliono ammettere che i vizi, i peccati, le malefatte sono causa della loro schiavitù. È per tutti noi difficile ammettere che non possiamo rinunciare a ciò che ci fa male! Grande è in noi la tentazione di crederci padroni di noi stessi.

Ecco che i Giudei si irritano, perché Gesù gli ricorda che il peccato li segna in modo invincibile!

Il peccato per Gesù è sì il principio di realtà ma solo il punto di partenza, infatti se seguiamo il suo discorso: «Gesù rispose loro: “… in verità io vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Ora, lo schiavo non resta per sempre nella casa;…Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero…voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro”», dal peccato, punto di partenza, torna al dimorare (non resta sempre a casa) al tema dell’ascolto (del padre) ovvero al tema del discepolato: il peccato per tornare a dimorare nella Parola per ascoltarla e quindi essere liberi.

Spesso noi cristiani rimaniamo legati, quasi affezionati, al nostro peccato! Non accettiamo il peccato come luogo dove si rivela Dio, dove apprendiamo la sua misericordia e pazienza. Siamo legati al peccato e alla falsa immagine che il peccato crea di noi stessi, quante volte diciamo: purtroppo sono così, non ci posso far nulla!

La misericordia di Dio che si riversa nel mio peccato è l’azione del Padre in me, ma questo per ricondurmi al Padre, non per restare schiavi! Infatti Gesù dice: «se voi foste figli di Abramo fareste le opere di Abramo». Quali sono le opere di Abramo? Abramo è colui che riscopre l’alleanza (la relazione fedele) tra Dio e l’umanità dopo la caduta di Adamo. L’opera di Abramo è il non restare vincolato al peccato e poter così dimorare in Dio verso la terra promessa!

Se c’è un’ironia nel vangelo di Giovanni, allora è proprio quello che fa dire ai Giudei: «Noi non siamo nati da prostituzione; abbiamo un solo padre: Dio»; è la lotta cervellotica dei Giudei, tra il non voler ammettere la prorpia schiavitù nel peccato e il voler celebrare Dio Padre liberatore (Goèl) sempre: ma chi sta liberando Dio se tu non vuoi essere liberato?

Chiariamo così che: il peccato è un punto di partenza, per dimorare nella Parola di Dio e quindi essere discepoli del Figlio ed essere un giorno liberi. In attesa di quel giorno, possiamo pregare con le parole della Colletta: «Risplenda la tua luce, Dio misericordioso, sui tuoi figli purificati dalla penitenza; tu che ci hai ispirato la volontà di servirti, porta a compimento l’opera da te iniziata».

Essere in penitenza significa avere un atteggiamento che distoglie lo sguardo dal peccato per rivolgerlo verso Dio misericordioso, ma questo non sarebbe sufficiente per la conversione dei nostri cuori, serve la grazia (luce) che viene da Dio. La luce che chiediamo a Dio è una luce che orienta il nostro sguardo! La penitenza nasce perciò dal desiderio di essere liberi, l’essere liberi è l’opera che Dio ha iniziato in noi! Libertà e servizio a Dio sono intimamente legati, è il peccato che ci distoglie da questo servizio!

Nel nostro operare come cristiani siamo spesso tentati di accontentarci di piccoli frutti, soprattutto di quelli che gonfiano il nostro ego. Perciò la colletta chiede luce; altrimenti i nostri sentieri saranno interrotti e non porteremo a compimento l’opera che Dio in noi ha iniziato.

Bisognerà ammettere che siamo davvero in difficoltà, che molti nostri peccati ci superano! In tal senso sarà bene soffermarsi anche nella prima lettura (Dn 3,14-20.46-50.91-92.95) soprattutto quando Sadrac, Mesac e Abdènego rispondono al re Nabucodònosor: «…sappi però che il nostro Dio, che serviamo, può liberarci dalla fornace di fuoco ardente e dalla tua mano, o re!»

Dio ci doni la luce di contemplarlo operante e misericordioso nei nostri peccati, anche in quelli che più cronicamente segnano la nostra natura, e di seguirlo per più amarlo e più conoscerlo!