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Come cantare i canti del Signore in terra straniera?

Così il salmo 137, uno dei salmi dell’esilio, reso famoso dall’aria “Va’ pensiero” del Nabucco di Verdi. La vita lontano dalla Terra, a Babilonia, è dura per gli israeliti ed è resa ancora più amara dal ricordo intramontabile della libertà donata da Dio al popolo con cui ha scelto di fare alleanza. Dov’è finita la Gloria del Signore che si era resa visibile nel modo di vivere degli israeliti?

Eppure, quando ormai sembra non esserci più rimedio, i tre giovinetti, che Nabucodònosor ha fatto gettare nella fornace perché si erano rifiutati di adorare l’idolo da lui eretto, sperimentano l’intervento di Dio sotto forma di Angelo che scende con loro tra le fiamme. E il fuoco per loro diventa una piacevole brezza primaverile, un invito a passeggio, come quella del Giardino in cui il Signore passeggiava all’inizio dei tempi (Gen 3,8).

La fedeltà provata, che ha attraversato il tempo in cui è difficile mantenersi fedeli al vero bene, all’Alleanza, alla fine si rivela sempre la scelta giusta. Da non confondersi con l’ostinazione di chi pretende di avere sempre ragione e non si fa mettere in questione dalle circostanze, perché non vuole perdere il controllo e cerca solo di mantenere le cose come sono, a suo vantaggio. No, la vera fedeltà si vede in chi è impotente e subisce le conseguenze di una volontà non sua, ma che assume e trasfigura con la fede, dando a Dio la possibilità di operare al di là delle possibilità umane.

La vera fedeltà, poi, è umile. Azarìa potrebbe esaltarsi nel vedersi salvo, potrebbe gloriarsi della sua fedeltà e invece non perde il contatto con la storia e con il popolo: fa memoria della causa di quel male in cui sperimenta la salvezza operata da Dio e pensa al futuro, all’insegnamento da trarre per non ricadere nell’errore. E da profeta qual è, ecco cosa capisce.

In passato, prima dell’esilio, quando Israele aveva ancora le sue istituzioni religiose, quando Gerusalemme e il Tempio non erano ancora stati distrutti, si potevano offrire sacrifici a Dio per chiedere perdono e aiuto. Ma ora non abbiamo più né principe, né profeta, né capo, né olocàusto, né sacrificio, né oblazione, né incenso, né luogo per presentarti le primizie e trovare misericordia. Cosa potrà avere oggi, in condizione di impotenza, la stessa valenza di quelle pratiche agli occhi di Dio?

Quando l’uomo non ha più nulla, ha comunque se stesso: Potessimo essere accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato, come olocàusti di montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli. Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito, perché non c’è delusione per coloro che confidano in te. La privazione dei beni materiali, delle cose da fare, da dire, da offrire ci porta all’essenziale: l’offerta di sé, come Gesù nell’atto estremo della sua Passione. Potrebbero essere le chiese forzatamente chiuse un segno da interpretare alla luce delle parole di Azaria? Un segno dell’Esilio o dell’Esodo?

Uno spirito contrito è sacrificio a Dio; un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi (Sal 51,9) dice Davide pentito di aver commesso adulterio con Betsabea e fatto uccidere il marito. Ecco cosa è davvero gradito a Dio, ecco l’offerta efficace ai suoi occhi: Mangerò forse la carne dei tori? Berrò forse il sangue dei capri? Offri a Dio come sacrificio la lode e sciogli all’Altissimo i tuoi voti; invocami nel giorno dell’angoscia: ti libererò e tu mi darai gloria (Sal 50,13-15). Non ci sono cose che possiamo dare a Dio in cambio del suo perdono e della sua grazia, abbiamo solo noi stessi: Ci hai fatti per Te, Signore, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in Te (Sant’Agostino, Le Confessioni, I,1,1).

Noi, la nostra umanità è quanto di più prezioso ci sia, anche davanti a Dio: Quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso? (Lc 9,25). Azarìa nella fornace prega perché il popolo sappia fare tesoro dell’umiliazione subìta, diventi migliore convertendosi e per farlo deve guardare più alla gratuità del perdono ricevuto senza merito che alla situazione percepita come una punizione (cosa sempre controproducente, perché suscita una reazione di orgoglioso rifiuto).

Non c’è nulla di più gratuito del perdono, come spiega Gesù a Pietro nel Vangelo di oggi. Il male, una volta commesso, è irreparabile, non si può cancellare: chi può pretendere di essere perdonato da parte dell’offeso? Si può solo chiedere, sperare nel perdono, ma lo si riceve sempre gratuitamente, al di là di quello che si possa fare per meritarselo. Si possono, però, rendere inefficaci le conseguenze del male, riconciliandosi e imparando la lezione, per vivere da veri fratelli secondo la volontà del Padre, come insegna Giuseppe ai suoi che l’avevano venduto ai mercanti e temono la sua vendetta dopo la morte del loro padre Giacobbe: «Non temete. Tengo io forse il posto di Dio? Se voi avevate tramato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso. Dunque non temete, io provvederò al sostentamento per voi e per i vostri bambini». Così li consolò parlando al loro cuore (Gen 50, 19-21).