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Una delle accuse rivolte a Gesù era di non essere un buon maestro, un vero rabbi, perché permetteva ai suoi discepoli di trasgredire la Legge e la Tradizione: Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare di sabato (Mt 12,2); Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi? Infatti quando prendono cibo non si lavano le mani! (Mt 15,2).

Nel cosiddetto discorso della montagna, in cui Gesù – nuovo Mosè – indica i principi fondamentali e le regole di vita per chi vuole essere suo discepolo, viene chiarita la ragione di questa apparente permissività del Signore: la Legge donata da Dio al popolo per mezzo di Mosè è santa e va rispettata fin negli aspetti più secondari, ma non basta, non può – da sola – essere motivo di salvezza o giustificazione davanti a Dio.

Nel suo discorso finale prima che il popolo entri nella Terra – il Deuteronomio – Mosè si era premurato di radicare negli israeliti il rispetto della Legge e ne aveva motivato l’obbedienza con tre motivi:

–  per vivere bene, per essere felici, perché il rispetto della Legge è essenziale per condurre una vita buona e garantire anche agli altri la stessa possibilità di vita (e come ce ne stiamo accorgendo in questi giorni!);

–  per possedere la Terra, cioè per potersi mantenere all’altezza del dono fatto da Dio al popolo ed esserne responsabili, conservando la possibilità di vivere da uomini liberi e in prosperità, garantita dal possesso della Terra;

– per dare testimonianza agli altri popoli e così essere “luce delle genti”, secondo la volontà di Dio manifestata nella scelta di Israele.

Gesù non modifica nulla rispetto a questo: la Legge è utile e necessaria per vivere bene e da popolo eletto, ma si rende conto che non basta, ha bisogno di un compimento, di un di più. I suoi discepoli non troveranno le risposte sul modo di agire nelle diverse circostanze della vita semplicemente consultando il libro della Legge o quello delle tradizioni. La salvezza viene solo da una profonda relazione personale con Gesù, che è “Signore anche del sabato”.

Mentre nelle situazioni ordinarie della vita la Legge è un’ottima guida, ci sono dei momenti particolari in cui bisogna andare oltre e completare quello che la Legge non può prescrivere con l’amore. In quei momenti è l’ascolto dello Spirito donatoci dal Signore a ispirarci l’azione giusta. Il vero discepolo sentirà sempre ardere dentro di sé la carità di Cristo che lo spinge a un di più (2Cor 5,14), non potrà limitarsi a fare solo quanto è dovuto, prescritto per legge. Una fede, una sequela del Signore basata solo sull’osservanza dei precetti non è sufficiente per entrare in quel Regno di Dio che nella predicazione di Gesù tiene il posto della Terra promessa di cui parla Mosè nel Deuteronomio, perché il Regno non è cibo o bevanda, ma giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo: chi si fa servitore di Cristo in queste cose è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini (Rom 14,17-18).

In questo senso Gesù non è un buon maestro, non insegna solo l’equilibrio della Legge. In questo senso Gesù è permissivo, sì, perché ci autorizza a sbilanciarci nell’amore, a seguirlo dove nessuno potrebbe costringerci ad andare spontaneamente, se non il suo Spirito, di cui ci ha resi tempio (1Cor 3,16).