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Per molto tempo si è visto in san Giuseppe una specie di prestanome, una figura accessoria e solo di facciata, la cui unica utilità è di inserire Gesù nella discendenza davidica. La sua presenza paterna non avrebbe avuto alcuna influenza sulla formazione di Gesù, il quale, essendo il Figlio fatto Uomo, ha la visione beatifica e quindi sa già tutto, perché lo apprende direttamente da Dio, il suo vero e unico Padre.

Ora, è indubbio che san Giuseppe, con il suo silenzio, la sua presenza del tutto discreta – come ce la descrivono Matteo e Luca – si presenta proprio così, non si sottrae a questa immagine e del resto, nella sua umiltà – non inferiore a quella di Maria – certamente non la contesterebbe a chi gliel’attribuisse. Perché non ne ha bisogno: dopo quel sogno che gli ha rivelato il programma di Dio, umanamente inimmaginabile. non ha più nulla da rivendicare per sé, vive in funzione di quella famiglia così anomala, unica nella storia, che gli è stato proposto di custodire.

In ebraico il suo nome significa “Dio accresce, aumenta, aggiunge” e senz’altro Giuseppe ha visto crescere Gesù in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini (Lc 2,52), ma noi possiamo vedere anche qualcosa in più: l’effetto della sua custodia paterna, noi possiamo chiederci cosa avrà imparato da lui quel figlio ricevuto e preso in affido da Dio.

Innanzitutto il mestiere di falegname o carpentiere, con tutta la sapienza e la pazienza di progettare e realizzare manufatti di legno. Esercizio da non sottovalutare in vista della pazienza necessaria per attendere che i discepoli capiscano, che le folle lo ascoltino, che i cuori si convertano e credano al Vangelo.

E poi la giustizia, perché Giuseppe è il giusto per eccellenza. Ai suoi Gesù chiederà una giustizia superiore a quella degli scribi e dei farisei per entrare nel Regno dei cieli (Mt 5,20). E da chi potrebbe averla appresa, se non dal padre umano, Giuseppe, che si dibatte nel dubbio, ma alla fine rifiuta di esporre Maria alla morte, pur avendone diritto di fronte a quello che appare come un inaccettabile tradimento?

Quando, infine, Gesù si presenterà come il buon pastore, il custode del gregge affidatogli dal Padre, che nessuno strapperà dalla sua mano, non si può vedere in lui la figura adulta, accresciuta da Dio, di quel custode premuroso e coraggioso – al punto di giocarsi su questo la vita – che a suo tempo protesse lui e Maria dai nemici (Mt 2)?

La solennità di san Giuseppe in questa sorprendente Quaresima è l’occasione per un esame di coscienza, per chiedere perdono a chi non abbiamo saputo custodire:

– ai bambini, spesso traditi nella loro infantile fiducia verso gli adulti;

– ai più inermi e indifesi, come i profughi di tutte le guerre;

– alle donne, vittime della violenza narcisista;

– agli anziani, abbandonati o fomentati nelle loro paure;

– alla nostra casa comune, la terra esausta dallo sfruttamento.

Ma è anche l’occasione per avviare un cammino di conversione, chiedendo la grazia di assomigliare a san Giuseppe, esercitandosi a proteggere e lasciar crescere con discrezione e in silenzio quanto di più santo c’è fra noi e in noi: il sogno di Dio di un’umanità redenta e risorta.

 

P.S. vi invitiamo a rileggere la “Lettera a san Giuseppe” di don Tonino Bello.