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C’è sempre un profondo – ma a volte difficile da cogliere – legame fra le vicende storiche e la Parola di Dio. Ce ne accorgiamo quando siamo scossi, disarcionati dalla realtà che credevamo di poter imbrigliare e cavalcare a piacimento. Così l’appello del profeta Osea nella liturgia di oggi:

Venite, ritorniamo al Signore: egli ci ha straziato ed egli ci guarirà. Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà. Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare, e noi vivremo alla sua presenza (Os 6,1).

Quando non si può contare sui rimedi a disposizione degli uomini, Dio risorge nei nostri cuori e nelle nostre menti come un rifugio, come ultima ancora di salvezza. Se questa memoria di Dio può essere benefica per l’umanità, bisogna anche vigilare per non cadere in interpretazioni fuorvianti: molti hanno affermato in questi giorni che il virus sarebbe una punizione divina per i peccati degli uomini.

Anche questa è una reazione quasi spontanea, abituati come siamo a ragionare i termini di colpa e punizione, ma – se così fosse – quale immagine di Dio e dell’uomo ne deriverebbero?

Da una parte ci sarebbe una divinità che colpisce indiscriminatamente tutti, buoni e cattivi, accecata dalla sua ira, del tutto irrazionale e imprevedibile nelle sue azioni.

Dall’altra un’umanità succube, costretta a implorare pietà strisciando ai piedi di un sovrano onnipotente, da temere, ma certamente impossibile da amare.

È lo stesso profeta a prevenire una simile interpretazione quando – parlando a nome di Dio – afferma: voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocàusti (Os 6,6). È questo il vero Dio rispetto al quale l’uomo può essere davvero ciò che è: creatura amata, figlio di quel Padre rivelatoci dal Figlio.

L’altro Dio, castigatore, la cui immagine non è mai sparita dalla storia e trova sempre qualcuno pronto ad agitarla come uno spauracchio, non potrebbe mai generare figli, né tantomeno il Figlio, perché o viene abbandonato appena le cose si sistemano e l’uomo non ha più bisogno di Lui, o produce il fariseo della parabola di oggi, l’uomo che si giustifica da sé, che ha bisogno di Dio solo come riconoscimento narcisista della sua presunta virtù, ma poi è incapace di amare il prossimo.

Anche Gesù ha dovuto lottare contro queste interpretazioni, quando i farisei gli contestavano di mangiare con i peccatori (e citò proprio Os 6,6) o quando alcuni ritenevano che i galilei uccisi da Pilato fossero più peccatori di altri: No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo (Lc 13,5). La nostra vita è a termine ed esposta all’imprevedibile, può finire all’improvviso e in molti modi, per cui non si tratta di chi, come e quando: l’unica cosa necessaria e urgente è convertirsi, perché Dio non punisce nessuno, desidera farsi conoscere e amare per come si è rivelato nel suo Figlio.

Una delle critiche profetiche più frequenti – come quella di Osea oggi – è contro il culto sganciato dalla vita, l’offerta a Dio per “comprare” la sua grazia senza concederla agli altri con una giusta condotta di vita (vedi la parabola del re e dei due servi debitori di Martedì scorso, Mt 18,21-25). Privati delle nostre liturgie comuni e pubbliche, chiediamo a Dio la grazia di purificare il nostro culto da ogni finzione, perché non ci sia divisione fra il Mistero che preghiamo e celebriamo insieme e le azioni della nostra vita quotidiana.