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Il Vangelo che la liturgia ci propone oggi è un invito a progredire nella fede, indicandoci la strada.
Al funzionario angosciato che lo prega di scendere a guarire suo figlio – chiara allusione al mistero dell’Incarnazione – Gesù domanda proprio un aumento di fede.
Lo chiede anche a noi in questo tempo di prova, di cui ci è difficile vedere la fine.
«Se non vedete segni e prodigi, voi non credete».
Questa affermazione che a noi suona come un rimprovero può essere interpretata anche positivamente. Il Signore sa che abbiamo bisogno di vedere la sua opera per credere, di fare esperienza del suo amore per fidarci di Lui e non ci fa mai mancare la sua grazia perché ci accompagni anche nel momento della prova e dell’oscurità, come ha fatto con il cieco nato.
Per due volte quell’uomo ha insistito: “Mio figlio sta per morire”. Gesù non gli dice “lo guarisco”, “vengo per guarirlo”, ma: “Vai pure, mettiti in cammino, tuo figlio vive”.
Come avrebbe potuto reagire a una parola del genere? Insistere ancora, arrabbiarsi, fidarsi?

Quell’uomo credette alla parola che gli aveva detto Gesù e si mise in cammino.

È una frase importantissima perché qui, in questo incontro, troviamo anche il simbolo del cammino.
Quest’uomo riparte senza aver visto nulla, fidandosi della parola di Gesù: credette e si mise in cammino come Abramo.
Quando noi abbiamo iniziato la nostra esperienza cristiana ci siamo fidati della parola di Gesù e ci siamo messi in cammino e continuiamo a camminare fidandoci della parola di Gesù.
Gesù non adopera il verbo “guarire”, “sanare” ma il verbo “vivere”; contrapposto a “sta per morire”. Quell’uomo, anche se pratico, concreto, lontano teoricamente si fida.
Credere a quella parola è un gesto di fiducia grandissima. Quest’uomo cambia nel suo schema.

Credette alla parola che gli aveva detto Gesù e si mise in cammino. 51 Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i servi a dirgli: «Tuo figlio vive!».

Questo incontro avviene il giorno dopo, lontano da Gesù e lontano dai discepoli. I servi partono da casa, vanno incontro a loro padrone e gli dicono…

«Tuo figlio vive!». 52 S’informò poi a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno».

È la settima ora!
Gesù incontra la samaritana all’ora sesta, invece la guarigione del figlio avviene all’ora settima. Non è semplicemente curiosità di cronaca, sottolinea un particolare per aiutarci a capire che c’è qualcosa di più profondo. «È l’Ora».
Nel linguaggio di Giovanni «l’Ora» è quella di Gesù, è «l’Ora» della gloria, «l’Ora» della croce.

Ieri all’ora settima la febbre lo ha lasciato». 53 Il padre riconobbe che proprio in quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive» e credette lui con tutta la sua famiglia.

Per la terza volta ritorna quella frase: «Tuo figlio vive». Il padre riconobbe che era proprio quella l’ora e credette.
Quell’uomo credette alla parola e si mise in cammino; quando poi riconobbe l’ora e trovò il figlio davvero guarito, credette. Perché c’è due volte?
Si può spiegare come una dinamica di crescita. Si fidò quel momento senza vedere niente, quando vide continuò a fidarsi, si sfidò in modo fondato.
“Se non vedete segni voi non credete”: noi cominciamo a credere prima di vedere i segni, avendo visto i segni crediamo ancora di più.
È il rapporto continuo, quello che san Paolo dirà: «di fede in fede», c’è cioè un cammino di salita – crescita – e discesa in profondità cioè di approfondimento.
Aveva cominciato senza riconoscere, poi conosce; c’è una crescita di conoscenza.
Prima cercava semplicemente la soluzione al suo problema, adesso riconosce quell’intervento divino di Gesù che ha guarito con la parola.
Il credere di quest’uomo coinvolge altri: è la dinamica dell’evangelizzazione che abbiamo già incontrato nei racconti di sequela.
Chiediamo al Signore che ci doni, quando vuole, di progredire realmente nella fede.