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MEDITAZIONE DI GV 5

 

Questi consigli spirituali si ispirano all’esperienza di sant’Ignazio di Loyola.

La preghiera è fatta di tentativi per vedere ciò che più mi conviene, senza la presunzione di essere già esperto.

 

«Signore, insegnaci a pregare», chiedono i discepoli al signore. Gesù risponde loro e a noi: «Quando pregate, dite: Padre Nostro…»

 

PREDISPORRE IL PROPRIO CORPO E IL PROPRIO CUORE.

 

L’ORA

 

È importante scegliere sempre lo stesso orario. Ciò aiuta a perseverare anche quando non si prova niente. Il Padre è sempre qui.

La Parola può così, giorno dopo giorno, in maniere regolare, trasformare il nostro cuore di pietra in un cuore di carne.

 

LA DURATA

 

La tradizione spirituale raccomanda di determinare la durata in funzione di ciò che” cerco e desidero”.

Può essere una mezz’ora, tre quarti d’ora, un’ora… Cos’è ragionevole in relazione a ciò che sono? È preferibile pregare tutti i giorni per dieci minuti piuttosto che una volta al mese per due ore!

Perché è così importante determinare la durata? Se non la determino, il giorno in cui proverò diletto nel pregare prolungherò l’orazione a lungo, ma lo farò più per il mio benessere, piuttosto che per essere alla presenza del Signore.

Mentre il giorno in cui mi annoierò, quando non proverò più niente, rischierò di fermarmi, perché in verità non era tanto Lui che cercavo quanto il mio star bene che la preghiera poteva procurarmi…

Come dice Sant’Ignazio: «Il nemico tenta sempre di abbreviare il tempo di preghiera».

Prevedo quindi una durata come un appuntamento, con un inizio e una fine, per essere lì, gratuitamente, per amore e solo per il Signore.

 

IL LUOGO

 

Si tratta del luogo in cui mi possa sentire libero al fine di rendermi disponibile allo Spirito e rispondere all’amore del Padre: cosicché, se sento in me un movimento interiore che mi spinge a tendere le braccia, ad alzarmi, a piangere, a cantare… possa liberamente accoglierlo.

Anche preparare il luogo in cui pregherò può essermi utile. È, infatti, il «luogo dell’incontro».

Lo decoro con degli elementi visivi che creano un’atmosfera e sono d’aiuto alla preghiera: un’icona, una candela, un tappeto… Questi elementi possono cambiare con il passare del tempo, modificarsi anche in funzione del tempo liturgico.

 

«ATRIO»

 

TESTO

 

Leggo lentamente il testo sul quale pregherò per tenerlo a mente prima di entrare in meditazione, soppesando parola per parola.

Oggi è la pagina di Giovanni al capitolo 5, versetti 1-9.

 

 

POSIZIONE CORPOREA

 

Prendo il tempo di trovare una posizione corporea che mi aiuti ad essere presente qui ed ora.

Questa posizione non è neutra, ha un’incidenza sul mio clima interiore. Può variare nel corso della meditazione a seconda di ciò che cerco e desidero.

 

Prima mi rendo presente al Signore. Posso fare il segno della croce o un altro gesto personale: «Eccomi!»

 

  1. Chiedere al Signore di essere totalmente rivolto verso di Lui e Lui soltanto. È Lui che sto

 

Sant’Ignazio dice: «Chiedere a Dio nostro Signore la sua grazia perché tutte le mie intenzioni, le mie azioni e le mie facoltà siano puramente ordinate al servizio e alla lode della sua Maestà divina».

Detto altrimenti, che io possa essere totalmente presente a Lui, in tutto ciò che sono, la mia immaginazione, la mia intelligenza e la mia affettività. Sarebbe a dire che io sia presente per Lui e non per me stesso.

Chiedendogli con tutto il mio cuore, la grazia di essere interamente rivolto verso di Lui, gli chiedo di fatti di cercarlo per Lui stesso.

Riconosco così che entrare in preghiera è un dono e che solo il Signore può concedermi, poiché sono minacciato senza sosta dalle distrazioni, dalle intenzioni fuorvianti e dagli affetti disordinati.

 

  1. Immaginare il luogo in cui si svolgerà la scena evangelica.

 

Non tanto le persone che vi si trovano, i discepoli o Gesù, ma semplicemente il luogo, l’ambientazione. Visualizzare questo posto prima che tutto inizi, prima che arrivi la folla, prima che passi Gesù.

Per esempio, in questo caso, posso immaginarmi la piscina di Betsaida con i suoi cinque portici, l’acqua che ogni tanto viene agitata dal vento…

In tal modo metto la mia immaginazione al servizio del mio incontro con il Signore. Se devo pregare su delle realtà invisibili come la tenerezza di Dio, o il peccato, posso trovare delle immagini simboliche e mettere me stesso nel contesto.

Per esempio per meditare sul peccato, posso appoggiarmi sulla mia esperienza personale a riguardo: zone paludose o fangose, nebbia, come se fossi imprigionato in una cella, ecc.

Non è sbagliato immaginare.

L’immaginazione è cosi orientata verso il Signore, al servizio della sua Parola, per predisporre il mio cuore all’incontro. Se hai molta immaginazione, fai attenzione a non lasciarti trascinare da questa, restando vicino a ciò che dice il testo. Se hai poca immaginazione, provaci comunque, senza forzature, ma situa la scena solamente in qualche suo aspetto; ciò ti aiuterà a situare te stesso.

 

  1. Richiesta di grazia. Chiedo al Signore ciò che «voglio e desidero» vivere l’oggi nella mia relazione con Lui.

 

Il Signore sa bene di cosa abbiamo più bisogno, tuttavia vuole che gli esprimiamo il nostro desiderio più profondo, per rafforzarlo o purificarlo.

Non affrettarti, ma prendi il tempo di questo atrio. Durante tutta l’orazione, da quando me ne è dato il gusto, non vado oltre, dimoro lì.

 

 

MEDITAZIONE

 

Dopo questo «atrio», non si tratta tanto di riflettere sul testo quanto di meditare.

 

La meditazione non rientra nel campo della riflessione propriamente detta, anche se l’attività mentale vi gioca un ruolo importante.

Per predisporsi era importante «passare dalla testa al cuore», dunque adesso non si tratta di ritornare alla «testa», altrimenti sarebbe difficile lasciarci trasformare dalla Parola di Dio!

Il testo biblico diviene Parola di Dio, Parola vivente, nel momento in cui raggiunge la mia vita, nel momento in cui parla di me, della mia storia.

Per questo si tratta di accoglierla con il cuore, di lasciarsi toccare da essa. È un altro, è il Padre, attraverso suo Figlio, nello Spirito, che cerca di parlarmi.

Come accogliere la sua Parola?

 

– Prima richiamo alla memoria il testo biblico: un racconto, una storia che non ho inventato.

– Poi si tratta di cogliere con il cuore il significato di questa storia.

Per fare ciò, la lascerò risuonare dentro di me, la gusterò, la assaporerò, in maniera tale che la Parola di Dio possa parlare al mio cuore, toccare il mio cuore.

Non si tratta quindi di una riflessione ma di lasciare risuonare dentro di me la Parola, lasciandola lavorare sul mio cuore e poco a poco illuminarmi.

Ciò non richiede uno sforzo ma di lasciare che lo Spirito, progressivamente, mi riveli la Parola. È il Signore che dona.

Può allora essermi donato, forse, il sentire come io faccia parte di questa storia; sarebbe a dire come questo racconto parli di me.

 

Spunti di meditazione

 

  • Questo racconto è sotto l’insegna del numero cinque. Siamo al capitolo 5°, ci sono cinque portici, si parla cinque volte di uomo, cinque volte di diventar sano e cinque volte di portare la barella e camminare. Il numero cinque richiama simbolicamente i 5 libri della Legge.
  • Ci possiamo fermare un po’ sulla descrizione che si fa al versetto terzo:
  • questa gente giace, non sta in piedi. È una moltitudine sterminata inferma. L’uomo di sua natura è caduco, cade a terra, torna alla terra, è umano appunto.
  • Poi sono ciechi: cieco è chi non sa dove andare, chi non vede la luce e la luce è il senso della vita, una vita senza senso perché se non sai dove andare sei zoppo, non ti puoi muovere, sei immobile.
  • Poi disseccato: vuol dire senza linfa vitale, come il tralcio secco che viene buttato via; come la mano essiccata che è chiusa e che Gesù guarisce; è chiusa e morta nel possesso e Gesù la apre al dono; come le ossa secche di cui parla Ezechiele, tutto il popolo di ossa secche che Dio fa rivivere.

Quindi è proprio un carnaio umano, fuori dal tempio, espulso dal tempio, perché è impuro, e dunque morto.

Un popolo di peccatori, al massimo può andarci come pecore da macello per espiare le proprie colpe; espiare le proprie colpe è il miglior modo per alimentarle, quindi un giro senza fine.

Però quelli stanno lì aspettando, hanno un desiderio improbabile: che si agiti l’acqua. Quella piscina raccoglieva le acque piovane anche del tempio, più altre sorgenti; ogni tanto immettevano un flusso, aprivano una chiusa, entrava acqua e si diceva che quando entrava quell’acqua e si muovevano le acque, qualcuno guariva. L’uomo si inventa sempre delle guarigioni, fa di tutto per guarire. Ma non è l’acqua della legge che dà la vita; non è neanche quest’acqua, l’acqua mantiene la vita, al massimo la cura per un po’, ma cura sempre una vita mortale che è per la morte, diversa è la fonte di acqua zampillante che Gesù ha promesso alla samaritana, che è il dono dello Spirito.

  • Il centro del brano è il portare la barella e camminare. Quest’uomo prima era portato dalla barella e stava immobile; ora si capovolge la situazione. Gesù cosa fa? Restituisce all’uomo la sua capacità fondamentale. L’uomo essenzialmente è uno che cammina, non solo materialmente. C’è il cammino interiore dell’uomo, l’uomo che non cammina e che è bloccato è infelice, è morto, ha spento i desideri. Uno che non sta secondo i desideri che ha, è un fallito, è un frustrato; uno che non sta in piedi, è uno che giace, è uno che vive la morte.
  • In quest’uomo c’è il passaggio – è l’incontro con la Parola di Gesù che a in noi – da una vita morta, immobile e bloccata ad una vita che riprende a camminare.

E verso dove cammina l’uomo? Verso il suo desiderio che è la pienezza di vita. Questa pienezza di vita non gli viene data dall’acqua del pozzo – ricordate la samaritana, l’acqua del pozzo sarebbe la legge – non gli vien data neanche dall’acqua della piscina, apparentemente terapeutica, che fa parte di tutte quelle cose che l’uomo si inventa per guarire e star meglio.

  • La vita piena te la dà l’incontro con lui che ti fa entrare nel sabato, che ti fa trasgredire la legge, e comprendere nello stesso tempo il senso profondo della legge che è l’amore di Dio che si dona all’uomo.

 

USCITA

 

Al termine del tempo fissato, mi prendo un momento per parlare al Signore come «un amico parla al suo amico», dice sant’Ignazio.

 

Nel corso della meditazione, forse mi sono già rivolto al Signore, ma mi sono soprattutto preso il tempo per ascoltare, ascoltare la sua Parola.

La meditazione è il tempo dell’ascolto.

Le nostre parole hanno spesso tendenza ad ingombrare la preghiera e possono impedirci di sentire ciò che lo Spirito del Signore cerca di dirci.

Se parlo senza sosta al Signore, come potrò ascoltare la sua Parola?

Se gli parlo costantemente, in una chiacchiera interiore, non c’è forse il rischio di non parlare che a se stessi, in un monologo interiore in cui mi pongo da solo domande e risposte?

Come posso parlargli ed entrare in relazione con Lui, se non ho ascoltato?

Così, al termine della meditazione, quando è quasi finito il tempo di preghiera, gli parlo, ma non in un modo qualsiasi, ma come a un «amico». Non è un giudice, un sovrano inaccessibile, che non aspetta altro che un mio passo falso. Ma qualcuno che mi conosce e mi comprende, qualcuno che è fedele e mi sta vicino, nel quale posso confidare.

Certamente, non è neanche un “compagno”, è il Signore, Colui che è alla fonte della vita dell’universo visibile e invisibile, ma è un amico fedele.

Quando vogliamo davvero bene a un amico, lo rispettiamo, lo ascoltiamo, ci confidiamo con lui, sicuri del suo rispetto e del suo affetto e amore, ma non cancelliamo la sua alterità.

Pertanto, gli dico semplicemente ciò che questa meditazione ha lasciato nel mio cuore.

Posso finire questo tempo con le stesse parole che Gesù ci insegna per essere figli: «Padre Nostro».

 

 

 

RILEGGERE

 

Per cinque minuti, richiamo alla mente il tempo di meditazione e individuo ciò che ho fatto e ciò che ho provato.

 

Osservo ciò che ho fatto (la forma della meditazione).

Le indicazioni precedenti mi hanno aiutato?

(il luogo, la durata, la posizione corporea, etc).

Ho preso il tempo di rendermi presente al Signore o mi sono precipitato sul testo?

Ho chiesto ciò che «cerco e desidero»?

 

Ascolto ciò che ho provato (il contenuto della meditazione).

Ho ricevuto ciò che chiedevo o il mio desiderio è cambiato?

C’è una parola che mi ha toccato particolarmente?

Cosa ho scoperto su di me, il mondo, il Signore?

Gioia, pace, confidenza, aridità, sensazione di vuoto, di essere rinchiuso…

Prendo nota per mantenere la memoria e individuare, giorno dopo giorno, come lo Spirito del Signore mi conduce.

 

 

Fonti: F. Fornos, S. Fausti