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CONTEMPLARE LA PASSIONE

 

 

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

O Dio, che nella passione del Cristo nostro Signore

ci hai liberati dalla morte, eredità dell’antico peccato,

rinnovaci a somiglianza del tuo Figlio;

e come abbiamo portato in noi l’immagine dell’uomo terreno,

così per l’azione del tuo Spirito, fa’ che portiamo l’immagine dell’uomo celeste.

Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.

Maria, Donna discepola e madre sotto la croce, prega per noi.

I racconti della passione sono la preghiera più alta perché è pura contemplazione, lì ci viene manifestato ciò che Dio è.

 

Sostiamo oggi in preghiera davanti al Crocifisso, contemplando con lo sguardo del cuore.

La passione in tutti i Vangeli è la rivelazione della gloria e della bellezza di Dio, che è tutto e solo Amore, la salvezza di ogni uomo.

Non c’è dunque nulla di tragico in questo racconto, ma tutto è divino, è segnato dalla gloria.

La salvezza è entrare in questo mistero dell’Amore infinito di Dio per me, dell’esperienza della sua Misericordia che mi fa già vivere ora la vita eterna, la vita nuova.

Contempliamo allora la passione per diventare testimoni dell’amore più forte della morte; e lo facciamo oggi segnati come siamo dalla paura della morte per essere come Cristo.

Ciascuno allora scelga come fare questa contemplazione, insieme ci fermiamo solo sulla parte finale dal capitolo 23, 32-48.

 

Luca qui descrive l’esperienza di Paolo che nella lettera ai Galati dice:

 

«Io sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me». (Gal 2, 20)

 

Io sono morto con lui e lui è risorto in me. Io ero un malfattore, ma l’incontro con Cristo mi ha trasformato.

 

Abbiamo tre scene:

 

  • la prima ci presenta la crocifissione come intronizzazione di Gesù con la sua corte;
  • la seconda ci presenta il giudizio che segue all’intronizzazione: il perdono dei nemici;
  • e la terza ci presenta l’esecuzione del giudizio, cioè i nemici, invece di essere sterminati, hanno in eredità le vesti, cioè il corpo.

 

Adamo voleva salire sull’albero della vita per diventare come Dio e Dio sale sull’albero della morte, che Adamo si è procurato, per dare la vita.

E lì nasce l’albero della vita per tutta l’umanità. E la croce è il suo trono regale per Lui e i malfattori con-crocifissi con Lui, uno a destra, l’altro a sinistra, nei posti che volevano Giacomo e Giovanni.

 

Il Padre ha mandato il figlio per salvare tutti gli uomini perduti. E in punto di morte, tutti i perduti si ritrovano.

Questa è la sua solidarietà assoluta con l’uomo, chiunque egli sia, nel punto peggiore che è la morte, l’abbandono della vita, l’abbandono di Dio e l’abbandono di tutti. Lì, sulla croce, veramente è Re universale e tutti incontriamo Dio che è Amore assoluto. Dal trono della croce il Re dà il suo giudizio: «Padre perdona!».

 

Questa è la Buona Notizia: che Dio non condanna nessuno; siamo noi a condannarci gli uni gli altri perché non sappiamo chi siamo e perché facciamo il male.

Il Signore non ci inchioda sulla croce ma ci fa scendere da essa perché vi sale Lui.

La misericordia non giustifica il male, perché la croce è il sommo male, ma smonta il meccanismo perverso e generativo del male.

 

Quelli che lo uccidono ricevono le sue vesti. Le vesti sono simbolo del corpo: «è il mio corpo dato per voi», la sua vita, la sua eredità.

Dio aveva dato ad Adamo ed Eva delle tuniche di pelle, in attesa di dare le vesti del Figlio.

Questa è la salvezza e ora vediamo le varie interpretazioni che se ne danno.

 

E stava il popolo a contemplarlo. Ora storcevano il naso anche i capi dicendo: Salvò altri! Salvi se stesso, se costui è il Cristo di Dio, l’eletto!». (Lc 23, 35)

 

Il popolo è diverso dalle folle, è il popolo di Dio, tutti noi che siamo qui a guardare, siamo chiamati a passare per tutte queste varie ipotesi che sono anche le nostre.

 

La prima è quella dei capi religiosi che storcono il naso come segno di disgusto; cioè, dal punto di vista religioso, che Dio è quello che non salva se stesso? Un Dio che si perde?

Gesù in croce sdemonizza l’immagine che tutti abbiamo di Dio, quella del serpente.

Dio non è il supremo egoista che cerca di salvare se stesso a tutti i costi, distruggendo tutti gli altri. Dio è uno che dà la vita per tutti.

Salvare se stesso è il motore di ogni nostra azione.

Tutto il male che facciamo trova nella paura della morte la sua radice, perché pensiamo che la vita biologica sia assoluta.

Allora cerchiamo di possedere infinite cose per garantirci la vita, così nientifichiamo gli altri, sacrificandoci alle cose che diventano i nostri idoli, illudendoci di essere felici.

Dio non è dovere, obbligo, debito; è amore che dona tutto, è misericordia infinita.

Il cristianesimo è, allora, la salvezza da quel Dio padrone, supremo egoista che domina tutti, controlla tutti, giudica e condanna tutti.

Questo dio si chiama satana, è l’immagine che il diavolo aveva suggerito ai nostri progenitori nel giardino.

 

Ora lo canzonavano anche i soldati accostandosi, offrendogli aceto e dicendo: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso!». Ora c’era anche un’iscrizione su di lui: “Costui è re dei giudei”. (Lc 23, 36-38)

 

La storia è in mano ai potenti, in mano al dio di questo mondo, di cui i soldati sono i rappresentanti; per mestiere essi uccidono, e il potere per mestiere uccide.

I soldi servono per dominare. Con il denaro ottieni tutto e quello che non ottieni con il denaro lo ottieni con la menzogna e la violenza.

La storia è sempre uguale e il mondo continua come prima.

I soldati, rappresentanti del potere violento, trattano Gesù da sciocco, da uno che non ha capito come va il mondo, gli offrono aceto, ossia vino andato a male, e gli dicono: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso».

Il re è tale perché fa quello che vuole, è sopra la legge, può tutto, è libero, è l’uomo realizzato, l’ideale di tutti gli uomini.

In fondo tutti vorremmo essere così: la domanda dei discepoli lungo il cammino era proprio: “chi di noi ha gli altri nelle mani?”.

 

«C’è scritto su di lui, Costui è Re dei Giudei». Gesù è veramente re, a immagine di Dio, perché non salva se stesso, perché, come Dio, sa dare la vita per gli altri.

 

La croce è il discernimento tra la mentalità di satana e quella di Cristo: è il luogo dove i figli della donna, nel Figlio amato, schiacciano la testa della generazione della serpe e la vincono.

L’uomo vero, realizzato, non è quello che tutti noi vorremmo essere, il potente, il ricco, il prepotente, il violento, ma il povero, il mite, l’umile, il servizievole.

La croce non è la giustificazione di alcun potere dell’uomo sull’uomo, è riconoscere nell’ultimo degli uomini il nostro Signore crocifisso, il nostro re, la dignità estrema dell’uomo, che è a immagine di Dio.

 

Il potere del cristiano non è quello di occupare i posti di comando e sfruttare e gestire tutto. Non esiste un modo “cristiano” di dominare: il potere è sostituito dal servire l’uomo nella sua libertà, rispettandolo, senza violenza, senza fare ingiustizie, prestando attenzione all’ultimo che è il primo ed è nostro Signore, che si è fatto ultimo di tutti.

La solidarietà e l’umiltà di coloro che si fanno piccoli è l’unica forza capace di vincere il male che noi facciamo.

L’uomo realizzato non è quello che spadroneggia, ma chi è capace di amare e di servire, finalmente libero dall’egoismo.

 

Allora la croce mi salva dalla falsa idea religiosa di Dio, ma anche dal falso modello di uomo che abbiamo tutti dentro.

 

Ora uno dei malfattori appesi lo bestemmiava dicendo: «Non sei forse tu il Cristo? Salva te stesso e noi». Ora rispondendo quell’altro sgridandolo disse: «Tu temi neppure Dio, poiché sei nella stessa condanna? E noi giustamente, poiché riceviamo il giusto per quanto facemmo. Ma costui non fece nulla fuori luogo». E diceva: «Gesù, ricordati di me quando sarai giunto nel tuo regno». E gli disse: «Amen ti dico: oggi con me sarai nel Paradiso». (Lc 23, 39-43)

 

Questi malfattori sono due, come ci sono due fratelli, il maggiore e il minore, come c’è la prostituta e il fariseo, e pertanto in Luca queste doppie figure ne indicano una sola che passa da uno stato all’altro.

Allora siamo noi il primo malfattore che deve convertirsi e diventare come il secondo.

 

Questo primo malfattore ritiene di essere giusto. Si era ribellato al potere con le stesse armi del potere, ma poiché ha perso e ha trovato uno squalo più grande, si trova ora in croce. Ingiustamente, però, quindi ha tutto il diritto di essere salvato.

 

Perché la morte per noi è il grosso dramma?

In realtà, il limite è luogo di comunione con l’altro, quindi non devo salvarmi dal mio limite.

La mia vita è un cammino verso l’incontro, è una gestazione; e se la prima dura nove mesi, la seconda ha una durata diversa per ciascuno, ma poi quando siamo maturi andiamo a casa.

Come il bambino dopo nove mesi devi venire alla luce, altrimenti muore, così dobbiamo venire alla luce di Dio per avere la vita piena.

Il delirio di trattenere questa vita è il più grande egoismo: è rifiutare che altri si possano affacciare al mondo e portare avanti la storia dell’umanità.

La vita è da donare, l’assoluto è la vita eterna, cioè l’amore per il prossimo.

 

Paolo dice che il veleno della morte, il suo pungiglione, è il peccato (cfr. 1Cor 15, 56).

Il peccato è aver centrato tutto su di sé.

La paura della morte condiziona tutte le nostre azioni, che al contrario, dovrebbero tutte avere la loro sorgente nella fiducia nel Padre.

La vita poi non finisce ma si compie. Si compie il mio cammino, quando ho raggiunto la meta.

Ora, qualunque sia la mia morte, anche da malfattore, Dio è lì con me, è in me!

 

Ed è quello che capisce il secondo con-crocifisso che “minaccia” il compagno e gli dice: «Ma tu non temi Dio, che sei condannato alla stessa pena?». Qui è usato lo stesso verbo di quando Gesù «minaccia» il demonio o lo stesso Pietro che pretende di andare davanti lui nel cammino.

Questo malfattore ha capito chi è Dio, cioè uno che per essere con me, si mette nella morte più infamante, da maledetto, sulla croce.

È un amore più forte di ogni male e di ogni morte.

Per questo anch’io posso dire che è morto per me, anche se io non c’ero allora, perché sono malfattore e lui è lì per essere con me, perché io possa essere con lui in paradiso, perché il paradiso è lui.

L’uomo trova il senso pieno della vita nella comunione con Dio in cui vince già la morte.

Sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché viviamo l’amore, e l’amore non conosce morte.

 

Il secondo malfattore, che è il primo teologo in scena riconosce che Gesù è re: «Gesù, ricordati di me quando giungerai nel tuo regno»; e riconosce che c’è un regno che va già oltre la morte, ma che è lì presente nell’amore con cui è amato.

È l’unico che chiama per nome Gesù, senza epiteti, Gesù, che significa Dio salva.

Chiamare qualcuno per nome, dire il suo nome, vuol significare intimità, amicizia.

Noi chiamiamo il primo dei due malfattori il cattivo, l’altro il buon ladrone.

 

Il primo è uno che si ritiene giusto, perché è giusto che Gesù li aiuti, perché loro si sono ribellati agli ingiusti oppressori e Dio deve aiutarli.

Il secondo, che chiamiamo buono, è il reo confesso, che riconosce: “Noi giustamente siamo qui, ma perché, lui che è innocente, è qui con noi?

È così che si vince il male, non facendolo. Il mondo di peccato va avanti per ritorsioni: Gesù è il primo testimone dell’amore del Padre, che non dà la morte sa dare la vita per i fratelli; ovvero dà loro la vita vera, quella pienezza che solo il perdono può dare.

Forse non ci pensiamo, ma anche noi attraverso il perdono diamo vita all’altro; gli offriamo l’occasione di non essere inchiodato nel suo male e doniamo a noi stessi di non essere consumati dal risentimento.

 

E Gesù risponde: «Amen, oggi con me sarai nel Paradiso». È il settimo oggi del Vangelo di Luca, l’oggi definitivo pronunciato con autorità divina.

Il sogno dell’uomo è tornare all’Eden e il paradiso è esattamente l’amore che Dio ha per noi lì sulla croce. L’albero della croce è l’albero del paradiso.

Lui che è il solo giusto, il solo immortale, poteva sfuggire la morte ma ha voluto essere dove sono io.

Allora capisco che è morto per me; quindi anche stando nella seconda, terza, quarta generazione comprendo di essere io quel malfattore a cui il Signore ha promesso il paradiso.

L’identificazione iniziale col primo malfattore che lo bestemmia, diventa il secondo che capisce come mai è il Signore è con lui sulla croce.

 

Questo sarebbe già il vertice del vangelo di Luca, ma ne segue la spiegazione, ossia l’interpretazione cosmica:

 

Ed era già circa l’ora sesta e la tenebra fu sull’intera terra fino all’ora nona, essendo mancato il sole. Ora si squarciò il velo del tempio nel mezzo. E, esclamando a gran voce, Gesù disse: Padre, nelle tue mani affido il mio spirito. Ora, detto questo, spirò. Ora, visto l’avvenimento, il centurione glorificò Dio, dicendo: Davvero quest’uomo era giusto. E tutte le folle presenti insieme a questa visione (= theoria), contemplati gli avvenimenti, colpendosi il petto ritornavano. (Lc 23, 44-48)

 

Siamo all’ora sesta che è l’ora di mezzogiorno, nel fulgore pieno del sole.

Il sole diventa tenebra. Secondo la tradizione, era l’ora del peccato di Adamo che si era nascosto da Dio.

Nascondersi da Dio, che è luce e amore, è cadere nella tenebra. Il peccato è staccare la creazione dal Creatore e farla ritornare nel nulla.

Le tenebre originarie ricoprono la terra, il sole scompare, finisce il tempo. È la fine del mondo; sulla croce è già finito il mondo del male e del peccato.

Quando si parla della fine del mondo, essa per Vangeli è già tutta avvenuta sulla croce.

 

Inizia ora il mondo nuovo: si squarciò il velo del santuario che nascondeva il Santo dei santi e Dio appare sulla terra. È una scena di nascita.

E c’è questo grido a gran voce del Figlio, che è il grido del parto ma anche il vagito della nuova creatura; sulla croce nasce come figlio perché la sua morte è la nascita definitiva: «Padre, nelle tue mani affido il mio spirito».

«Ora detto questo, spirò»: Spirare qui non vuol dire morire ma “buttare fuori” lo spirito. La vita è inspirare ed espirare. Il respiro non può essere trattenuto ma donato.

 

Noi vogliamo sempre inspirare; e quindi viviamo nell’affanno e poi scoppiamo, perché vogliamo sommare la vita. Si ha la vita, solo se la si riceve e la si dà. È il fluire della vita in noi. La vita è dono e abbandono.

Il respiro vitale donato sulla croce è lo Spirito santo.

È il bacio dato ad Adamo per farlo un essere vivente che ora è donato a tutta l’umanità rinnovata nell’amore.

Tra l’altro, in questa scena c’è la nascita di Dio sulla terra. Per la prima volta vediamo Dio faccia a faccia; si rompe il velo, si rivela il Signore nella nudità della croce.

Uno non è ciò che ha, ma ciò che dà. E Dio è tutto perché dà tutto e quel corpo ha dato tutto: «è il mio corpo dato per voi».

 

 

In Luca, tutta la vicenda della crocifissione e morte di Gesù è racchiusa tra le parole: «Padre perdona loro» e «Padre nelle tue mani».

Ascoltare questa parola ci guarisce dalla paura della morte, perché ci dà la certezza della fede che la vita viene dal Padre e torna al Padre.

In mezzo è affidata a noi la solidarietà coi fratelli, per vivere la vita del Figlio amato.

 

Con-crocifissi con Cristo, come Paolo, ereditiamo il suo Regno, otteniamo il suo perdono, riceviamo le sue vesti, il suo corpo donato. Solo occorre avere il minimo di buon senso di capire che siamo malfattori.

 

Poi c’è il secondo teologo che è il comandante del plotone di esecuzione, il centurione romano, che glorifica Dio dicendo: «Veramente quest’uomo era giusto».

Qui interviene il tema del giusto sofferente, per incoraggiare i cristiani che subiscono persecuzioni.

Non devono scoraggiarsi, fa parte della testimonianza. Chi si oppone al male vince il male come Cristo risorto ma, come Gesù, subisce il male.

 

Tutte le folle si riuniscono davanti a questo spettacolo. Dio dà spettacolo, si mostra faccia a faccia. Questa è l’unica theoría cristiana.

 

«Tutti si colpiscono il petto e ritornano». Mentre prima fuggivamo da Dio, ora ci rendiamo conto che abbiamo sbagliato tutto, perché lui è uno che ci ama così tanto.

Tutta la vita diventa così un ritorno invece che una fuga.

 

Da Genesi in poi tutta la nostra vita è una fuga da Dio, una discesa da Gerusalemme. Ora diventa il ritorno, come quello del Figlio che torna alla casa del Padre.

 

Contempliamo questa scena e chiediamo la grazia di conoscere, sulla croce, Dio, conoscere il nostro Re, il nostro salvatore e la nostra salvezza personale dalle paure che ci attanagliano.

Dio è qui con me perché io sto con lui.

 

Fonti: S. Fausti