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Non temete

 

A dominare il brano del Vangelo di oggi è l’invito a non temere, più volte ribadito.

Tanta insistenza può essere legata solo ad una ragione: la paura pervadeva gli animi tanto di chi ascoltava Gesù nel tempo della narrazione come della comunità nella quale il vangelo di Matteo vede la luce.

Perché abbiamo paura? E di cosa? Come mai il nostro timore sta tra le preoccupazioni di Gesù? Quali sono le sue conseguenze?

Domande simili possono caratterizzare la nostra riflessione di oggi, specialmente dopo un tempo in cui, a livello mondiale, abbiamo temuto per la nostra vita e per quella dei nostri cari.

La paura è un sentimento atavico, primordiale. Come tale fa parte della natura dell’uomo: ci riconosciamo strutturalmente deboli e paurosi, sin dalla nascita, incapaci di badare, per un lungo tempo, a noi stessi da soli, senza la guida, l’accompagnamento e l’assistenza di un adulto. Ma anche da adulti la situazione non cambia: ogni periodo di instabilità comporta un rinvigorimento delle nostre paure e preoccupazioni. E così da vecchi, rispetto alla prospettiva della malattia e della morte. Possiamo dire, in modo grossolano e generalizzato, che le paure più grandi nascono dal perdere una condizione che si presenta come stabile e sicura, sia essa legata ad un possesso o ad uno stato.

Gesù, in questo testo, si riferisce esattamente ai cambiamenti e alle incertezze che possono turbare la nostra vita e il cui rischio sta sempre dietro l’angolo.

Per certi versi, però, invita anche a mantenere un certo timore: in particolare, lo riferisce a tutto ciò che può causare detrimento del nostro stato interiore, di ciò che il nostro testo chiama “anima”.

Quindi, una certa paura è sdoganata, riconosciuta come sana e permessa sin dall’inizio. Ma è relativa ad una condizione interiore e spirituale. Potremmo dire che è l’unica paura ammessa. Neppure alla morte è riconosciuto questo “privilegio”. Neppure di fronte alla morte siamo chiamati ad avere paura.

Fondamento della nostra fiducia, in tutti i casi, resta il Padre e la nostra relazione con lui. Ma c’è un “però”: “Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli”. Il riconoscimento di Cristo è condizione per il riconoscimento del Padre. Perdere il contatto con Gesù equivale a compromettere la nostra relazione con il Padre. Pertanto: “Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze”.

Gesù ci dice che a farci paura è ciò che resta nell’ombra, ciò che popola i nostri incubi, i nostri fantasmi. La paura del cambiamento equivale a ciò che del cambiamento ignoriamo.

Ma se lo ignoriamo, perché dovremmo averne paura?

È questa la vera domanda che risolve nell’irrazionalità il nostro comportamento. Se la partita non risulta chiusa, perché temere la sconfitta?

L’invito è, quindi, innanzi alla paura, quello di non perdere la speranza e perseverare nella lotta. A garanzia di questa speranza c’è l’annuncio stesso di Cristo che, come tale, è annuncio della vita eterna, annuncio di resurrezione.

Mi pare di leggere, quindi, in questo testo, un modo singolare di approcciare la vita, a partire dalla possibilità proprio della Resurrezione. Un approccio ottimista, ma non nel senso semplicistico del termine. Nella vita, mille sono le cose che ci fanno paura e questo ci precipita in un pessimismo, ragionevolmente, storico, pessimismo sulla storia nostra e del mondo. Ma la Resurrezione di Cristo, che si traduce in possibilità di Resurrezione anche per noi, ci spinge ad un ottimismo teo-logico, cioè fondato in Dio.

E, in effetti, la nostra paura che accada qualcosa di spiacevole, tanto spesso, finisce con il determinare ciò che temiamo: la paura diventa anticipazione del male.

Allo stesso modo, la scommessa per il bene e per la vita diventano anticipazione e garanzia del bene a cui aspirano.

 

 

Spunti di riflessione:

  • Come definisco il mio approccio alla vita?