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Noi speravamo

Il testo di questa domenica ci riporta al giorno di Pasqua, alle ore immediatamente successive ai fatti drammatici e incomprensibili che, a Gerusalemme, avevano visto protagonisti Cristo e i suoi seguaci.
Due di questi, posti innanzi alla brutalità di quegli eventi, sembrano aver maturato una decisione: mollare tutto e tornare alla loro vita di sempre. È finita: si aspettavano eventi di liberazione e si sono scontrati con l’evidenza drammatica della sconfitta del Liberatore.
Nel loro racconto allo Sconosciuto che li avvicina, l’altro grande fatto, quello del sepolcro vuoto, viene menzionato per ultimo, con scetticismo e un filo, quasi di sarcasmo, vista la decisione che, in fondo, loro avevano appena maturato e, cioè, quella di allontanarsi rapidamente da Gerusalemme e archiviare l’esperienza vissuta con Cristo.
Soffermandoci su questa prima scena che il testo evangelico presenta, possiamo già parlare di due testimoni dei fatti di Pasqua. Due testimoni che hanno riletto la storia di Cristo come tanti di noi: uomo profondamente interessante, di belle idee, grande passione, alti ideali… Ma morto violentemente per mano di chi non ne condivideva i propositi. Per loro, il sepolcro vuoto resta esclusivamente un luogo di morte, muto, doloroso e insignificante.
In filigrana, si scorge un altro “sepolcro”, stavolta non fisico ma interiore, dentro il quale non hanno avuto il coraggio di entrare, ossia scommettere sulla possibilità che quello stesso vuoto e quello stesso silenzio fossero portatori di una parola nuova, di una rilettura nuova di tutte le cose, ivi comprese le loro stesse vita. In soldoni, non hanno voluto aprire la porta del loro cuore non tanto alla certezza della Resurrezione, ma alla possibilità di questa. Alla possibilità di una Parola di vita, più forte dell’evidenza dolorosa della morte.
Più eloquente del sepolcro, risulterà, però, per loro, un altro evento, ugualmente muto e, apparentemente, insignificante: lo spezzare del pane. Badate bene: non il pane spezzato, risultato, esito dell’azione dello “spezzare”, ma l’azione stessa, lo “spezzare” il pane. In questo gesto riconoscono una ulteriorità di significato che forse il sepolcro vuoto non aveva loro ancora suggerito: la possibilità che il loro modo di rileggere le cose non fosse l’unico possibile.
Una volta afferrata questa nuova lettura dei fatti, nuovamente posti innanzi a una scelta, tornano indietro, verso Gerusalemme, e intraprendono un nuovo cammino, ancora, testimoni ma, stavolta, di una lettura nuova delle cose accadute loro.

 

Spunti di riflessione:

– Quanto mi lascio mettere in discussione dai fatti, dalle “cose della vita”, a partire dall’assunzione di nuovi e diversi punti di vista, ugualmente possibili, ma per diverse ragioni sempre scartati? Ossia: mi capita di rileggere la mia vita con “lenti” diverse da quelle che ho sempre utilizzato? Vado oltre le “cose della vita” per ascoltare “la vita delle cose”, il messaggio di cui potrebbero essere portatrici le esperienze che vivo?

– Cosa significa, per me, l’assunzione della Resurrezione di Cristo come reale possibilità e non tanto come “certezza dogmatica” alla quale prestare fede, senza, però, un concreto coinvolgimento della mia esistenza? Ossia: che significa per me, scommettere, dopo la morte, su una vita nuova che l’esperienza di Cristo mi spinge ad immaginare? È una semplice e palliativa consolazione, un anestetico per il senso d’impotenza o è il motore che mi spinge davvero a vincere le paure, le reticenze, le sconfitte che nella vita sperimento?