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Io sono venuto perché abbiano la vita

 

Il testo di questa domenica ci spinge, come da tradizione, a riflettere sull’immagine di Cristo-pastore.
Poco tempo addietro, chiedendo a dei bambini di primaria, in una scuola romana, di disegnare delle mucche, restai sorpreso perché molti di loro le colorarono di viola. Mi spiegarono che lo avevano visto in TV. Effettivamente, così le mostra la pubblicità di una nota marca di cioccolato. Realizzai che, soprattutto per chi vive in città, l’immagine del pastore può essere piuttosto anacronistica.
Interrogandomi su come tradurla nel presente, mi sono venuti in mente gli allenatori delle squadre di calcio. Spesso li vediamo nelle partite, a bordo campo, infuriati per l’andamento della partita oppure festeggiando, soddisfatti, una vittoria.
Un allenatore, come è nel caso del pastore del nostro brano evangelico, conosce i suoi giocatori per nome. Loro, in uno stadio pieno e rumoroso, distinguono perfettamente la sua voce. Lui non li chiama per cognome, come fanno i giornalisti e il pubblico.
Conosce aspetti della loro vita personale che la gente comune, spesso, non sa.
Un allenatore prova a tirar fuori il meglio da ciascuno dei suoi giocatori. E si arrabbia quando non ci riesce e loro sbagliano. Ma si arrabbia per affetto. Non è ira o antagonismo il suo.
Un allenatore, a volte, fa da padre ai suoi “ragazzi”: quando un padre non lo hanno o è assente; quando, ancora in giovane età, cercano consiglio fuori dall’ambiente familiare; o ancora, quando hanno bisogno del conforto di un adulto, specie su argomenti che non vogliono o non possono trattare con coetanei.
Un allenatore, dopo una sconfitta, si presenta in conferenza stampa per primo e “ci mette la faccia”. Difende la sua squadra dalle accuse e, a volte, protegge anche singoli giocatori, autori, magari, di una brutta prestazione.
Un allenatore sa quando far stare uno dei suoi in panchina. Sa quando non farlo giocare. Magari per un infortunio, o per risparmiarlo in vista di un impegno importante e prossimo. O semplicemente perché è bene che rifletta su atteggiamenti sbagliati.
Un allenatore, ancora, sa quanto sono importanti gli allenamenti, come fossero la preghiera di ogni giorno per la vita del credente. Ci sono partite importanti nella vita. E per giocarle all’altezza devi esserti allenato prima.
Un allenatore conforta i suoi dopo una sconfitta e li incita se stanno giù di tono.
E a fine stagione, se la squadra va male, l’allenatore magari è costretto a lasciare, pagando in prima persona il fallimento di tutti.
Ma tutto questo i suoi giocatori lo sanno? Uscendo dalla metafora, noi credenti riflettiamo su questo stile di Dio verso di noi?
Mi sembra che ci siano abbastanza elementi su cui riflettere.

 

Spunti di riflessione:

– In quali circostanze della mia vita ho sentito vicina e preziosa la presenza di “Cristo-allenatore”?
– Ho seguito le sue indicazioni per “giocare al meglio le mie partite”?