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Lo Spirito: terapia per riprendere il cammino

 

Ed eccoci giunti a Pentecoste, destinazione del cammino di commento fatto insieme in questi giorni di pandemia. La diffusione del virus ha ridotto le possibilità di celebrare l’eucarestia insieme e ha reso necessari altri modelli e stili di celebrazione della fede. Questi miei commenti al Vangelo sono nati proprio per dare risposta a questa esigenza e offrire strumenti che – spero – siano stati di aiuto.

Con questa solennità si chiude il tempo Pasquale: questa prima indicazione motiva la scelta del brano che oggi proclamiamo nella liturgia. Le letture, invece, ci aiutano a rivivere l’esperienza degli apostoli che fecero 50 giorni dopo la Pasqua del Signore.

Circa il vangelo, sono diverse le cose che mi colpiscono. Innanzitutto, ciò che mi pare tenga banco è la relazione tra l’invio dello Spirito, la missione degli apostoli e il mandato relativo alla remissione dei peccati.

Abbiamo presentato, in questi giorni, la Pentecoste come celebrazione della diversità nella Chiesa, tanto rispetto alle sue Tradizioni, al plurale, come in relazione alla pluralità di carismi e doni specialissimi donati a ciascuno attraverso l’azione dello Spirito ed estensibili, in ultima analisi, a tutta quanta la creazione.

Il brano di oggi, in apparenza, sembra ridurre questa portata universalistica, limitando ad un solo aspetto, quello della remissione dei peccati, il dono dello Spirito.

In realtà, non è così ed è la teologia paolina ad aiutarci a comprendere il senso del nostro testo.

Tutta la creazione, infatti, è segnata dalla sofferenza per il proprio limite. Il dono dello Spirito, in modo autenticamente sacramentale, offre la “terapia” giusta che permette a tutti quanti di riprendere il cammino. A mo’ di lievito nella farina, lo Spirito viene offerto agli apostoli, perché possano essere nel mondo, segno efficace e anticipazione di una possibilità di salvezza offerta ad ogni realtà creata. Le meraviglie di Dio saranno declinate in ogni lingua e cultura a partire da questo dono. E, innanzitutto, saranno meraviglie di restaurazione e, addirittura, di superamento di ciò che stava all’origine della creazione: grideranno al mondo che Dio è amore incondizionato, offerto a ciascuno e che tale è rimasto sin dal principio nonostante tutto il male. E chi sa di essere amato, chi sperimenta che morte, limite e colpa non sono l’ultima parola, può lanciarsi nella vita, nella propria avventura di libertà con rinnovato entusiasmo e piena fiducia. La carità di Cristo, nello Spirito, colma l’abisso tra l’uomo e Dio e, l’umanità stessa di Gesù, ora pienamente divinizzata, ci permette di intraprendere una nuova tappa del cammino, che, a questo punto, non terminerà mai: la vita in lui.

Qui, guariti dal male della colpa, riemergiamo come creature nuove dalle acque della condizione precedente, veniamo segnati con il sigillo della nuova appartenenza a Dio e veniamo messi a parte del corpo stesso di Cristo di cui diventiamo membra. È da qui, da Pentecoste, quindi, che si articola la dinamica sacramentale, non come esclusiva dei cristiani ma come segno e anticipazione del destino dell’intero creato: l’amore di Dio e la partecipazione alla sua stessa divinità.

 

 

Spunti di riflessione:

  • Sento la spinta a vivere la mia vita come anticipazione e testimonianza innanzi all’intero creato, della vita nuova in Cristo che a tutti è concessa?