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Padre nostro

 

Proseguendo la lettura del cap. 6 del vangelo di Matteo ci imbattiamo nella preghiera del Padre nostro, forse le parole più usate e più commentate nella storia della cristianità. Soffermiamo, allora, la nostra attenzione sui versetti che incorniciano quelli della tradizionale preghiera.

Innanzitutto, colpisce l’invito iniziale a diffidare dall’abbondanza di “parole” nella preghiera. Tralasciando la possibilità di fare qui una lectio sulla preghiera nell’antico Israele, andiamo dritto al nostro modo di pregare e alle sue, a volte, amare conseguenze. Le parole, come tutti gli strumenti, possono logorarsi: lo stesso vale nella vita di preghiera. Le formule precostituite possono diventare aride e lasciare il posto ad una meccanicità vuota di senso.

È singolare, allora, notare come l’invito alla preghiera del Padre Nostro sia concluso dal rimarcare le azioni concrete che riguardano il perdono. Sembra quasi di vedere racchiusa la forza di questa preghiera proprio nell’orizzonte del perdonare. Mi pare di leggerci un invito alla prassi. La preghiera può diventare arida se non le lasciamo seguire azioni concrete che mirano alla trasformazione delle strutture sociali. Se rimaniamo, infatti, vincolati al piano della pura contemplazione, senza avere, almeno come orizzonte mentale, l’intero mondo e l’uomo in esso, anche lo stile di preghiera più alto ed elevato corre il rischio di non dire più nulla.

 

 

Spunti di riflessione:

  • La mia preghiera mi accompagna verso azioni concrete che mirino alla trasformazione delle strutture sociali o vivo nell’intimismo la mia relazione con il Signore?