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  • ANNO IGNAZIANO [maggio 2021-luglio 2022]

Meditazione Gio 18 Marzo

Meditazione Gio 18 Marzo

Meditazione Gio 18 Marzo 440 277 Chiesa del Santissimo Nome di Gesù all’Argentina

Conosci te stesso

 

Giovanni 5, 31-47

In quel tempo, Gesù disse ai Giudei:
«Se fossi io a testimoniare di me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera. C’è un altro che dà testimonianza di me, e so che la testimonianza che egli dà di me è vera.
Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza alla verità. Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché siate salvati. Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce.
Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato.
E anche il Padre, che mi ha mandato, ha dato testimonianza di me. Ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, e la sua parola non rimane in voi; infatti non credete a colui che egli ha mandato.
Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me. Ma voi non volete venire a me per avere vita.
Io non ricevo gloria dagli uomini. Ma vi conosco: non avete in voi l’amore di Dio. Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi accogliete; se un altro venisse nel proprio nome, lo accogliereste. E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio?
Non crediate che sarò io ad accusarvi davanti al Padre; vi è già chi vi accusa: Mosè, nel quale riponete la vostra speranza. Se infatti credeste a Mosè, credereste anche a me; perché egli ha scritto di me. Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?».

 

 

 

La vita del cristiano potrebbe riassumersi nella testimonianza, che non è a parole come potremmo pensare, ma con la vita. I testimoni per eccellenza sono i martiri che consegnano tutta la loro vita al Signore fino a spargere il proprio sangue. Certamente quella del martirio è una grazia, ma anche se la nostra vita non fosse coronata di tale grazia, siamo chiamati alla testimonianza piena che si basa nell’umiltà e nella coerenza: sacrificio degno del martirio.

Nel Vangelo di oggi, Gesù rende più chiara la parola testimonianza: fare la volontà del Padre! Capiamo che la veridicità della testimonianza sta nella trasparenza: far trasparire il Regno di Dio, far trasparire l’opera creatrice e redentrice del Padre. Come afferma Gesù ai giudei: «vi dico queste cose perché siate salvati», appunto se credete nella testimonianza l’opera redentrice di Dio può avanzare.

Testimoniare la volontà del Padre è la missione di Gesù, e proprio perché è la sua missione e identità, Gesù possiede già dei testimoni che lo hanno riconosciuto come Figlio dell’Eterno: Giovanni il Battista e Mosè, che va qui inteso come la legge che Gesù porta a compimento, ma nella chiave della salvezza si intende anche la persona di Mosè.

L’opera di testimonianza è resa prima di tutto dal Battista che appunto ricorda sempre: «Non sono io» per lasciare che lo sguardo di ogni discepolo vada sull’Agnello di Dio (cf. Gv 1,29): l’unico vero «Io sono», perché Gesù è acqua e luce, è la vita e la vita piena. Capiamo così che il primo elemento della testimonianza, a cui dovremmo ambire tutti, è la conoscenza profonda e onesta di se stessi, per non caricare la “Buona Notizia” delle nostre ombre, dei nostri vizi, delle nostre manie di protagonismo: «Io non sono» è la capacità di essere pastori di ciò che ci allontana dalla verità, di ciò che maschera le tante grazie che riceviamo, è l’unico modo di sciogliere ogni incoerenza che ci abita.

La testimonianza comincia sempre da una conoscenza di se stessi e del contesto che abitiamo. Una conoscenza che ci porta appunto all’umiltà riconoscendo ciò che non siamo! Il Battista è stato un grande Profeta, coerente, ma anche consapevole di chi lo circondava, colse quello che Gesù disse ai suoi uditori: «solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce», e malgrado questa resistenza degli uditori, il Battista non smise di rendere testimonianza.

La testimonianza, oltre a una conoscenza di sé stessi, chiede anche la coerenza, il Battista indicando Gesù come l’Agnello, assume che la sua vita è completamente donata! Agli occhi del mondo: persa!

Perché una testimonianza così importante deve essere percossa e uccisa? Perché ascoltare il Padre richiede il vivere la gratuità, mentre la logica del mondo è il guadagno; perché ascoltare e fare la volontà del Padre richiede l’amore fraterno, mentre la logica del mondo vuole la separazione e il merito.

Gesù si trova circondato non tanto da non testimoni, quanto da non uditori della Parola: «Ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, e la sua parola non rimane in voi”. È il dramma per eccellenza, quando rifiutando di testimoniare, piano piano, cominciamo a fare le “orecchie da mercante», in modo progressivo diventiamo muti e sordi alla Parola di Dio, anche se percepiamo tutto ciò che ci conviene.

Gesù dice ai suoi interlocutori che fanno le “orecchie da mercante” al Padre malgrado due testimoni: il Battista e Mosè.

Mosè, lo vediamo nella prima lettura (Es 32, 7-14), è testimone per il suo Popolo di fronte a Dio. Anche Mosè parte da una conoscenza profonda del popolo, Egli, come il Battista, si conosce, in più Mosè si identifica con il Popolo, si fa carico dei peccati del Popolo, è diventato appieno il pastore del Popolo stesso. E seppur il Popolo si sta prostituendo all’idolatria, voltando le spalle a Dio, Mose intercede per loro: umile e coerente.

Mosè è umile, avrebbe potuto ricordare a Dio quanta fatica aveva fatto per quel popolo, invece ricorda la relazione tra Dio e il popolo che nasce ben prima di Mosè stesso: «ricordati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo».

Mosè è coerente, infatti sta facendo un servizio per Dio e per il Popolo di Dio. Dio non attribuisce nessuna colpa a Mosè e anzi gli propone una grande realizzazione: «Di te invece farò una grande nazione», ma la coerenza di Mosè lo porta ad occuparsi esclusivamente della relazione tra Dio e il popolo.

L’invito di oggi è quello di non nasconderci: stiamo o no testimoniando la volontà di Dio su di noi? Come chiede la colletta della messa di oggi: stiamo camminando fedelmente nella via dei precetti di Dio? Dove la mia mancanza di umiltà e coerenza me lo impedisce? Dove, invece, la mia umiltà e la mia coerenza me lo stanno permettendo?