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La vera via della pace

 

 

Luca 19, 41-44
In quel tempo, Gesù, quando fu vicino a Gerusalemme, alla vista della città pianse su di essa dicendo:
«Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi.
Per te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee, ti assedieranno e ti stringeranno da ogni parte; distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata».

 

 

 

Che tragico paradosso: Gerusalemme significa “città della pace”, eppure non ha saputo riconoscere Colui che le ha portato e le porta la pace! Possiamo immaginare l’amarezza e la tristezza di Gesù nel dover constatare come la città santa, dove c’è il Tempio, dimora di Dio con gli uomini, rifiuta il suo messaggio di pace e salvezza. È uno dei testi evangelici in cui abbiamo accesso ai sentimenti di Gesù: è preso dallo sconforto e piange, come farà per l’amico Lazzaro.

Gesù ha dedicato tutta la sua vita all’annuncio del Vangelo, innanzitutto ai suoi connazionali. Con le sue parole e le sue opere gli ha dimostrato di essere lui il Messia atteso che porta lo shalom, la pace, intesa dagli ebrei non solo come assenza di guerra, ma come vita pienamente realizzata, beata, vissuta nell’amore per Dio e i fratelli e le sorelle e quindi nella gioia.

Quando Luca scrive questa pagina, Gerusalemme è stata distrutta dai romani intervenuti a sedare una serie di rivolte e con essa viene raso al suolo il Tempio, nel 70 d. C., mai più ricostruito. Se, invece, fosse stato accolto il messaggio di Gesù, il Vangelo dell’amore universale, persino del nemico, questo non sarebbe successo. Lui ha beneficato tutti anche gli stranieri, come la donna cananea o il centurione romano (cfr Mc 7,26-29 e Lc 7,1-10).

Nonostante il rifiuto, o forse proprio nella consapevolezza di dover fare quello che gli uomini non sono capaci di fare, ovvero riconciliarsi fra loro e con Dio, Gesù accetta di pagare il prezzo della pace prendendo su di sé i segni dell’odio e del male, dell’esclusione, che, in lui, diventa possibilità di riscatto per tutti quelli che credono e scelgono di praticare la via dell’amore e della pace come l’ha percorsa lui.

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio e Beati i miti, perché erediteranno la terra, aveva proclamato Gesù nel discorso della montagna, dando ai suoi discepoli la nuova legge, come Mosè aveva dato la prima sul monte. E infatti sono proprio questi beati a celebrare a liturgia del cielo attorno al trono dell’Agnello, sono loro a svolgere la funzione sacerdotale conferitagli da Dio per mezzo del sangue – cioè la vita – di Gesù: «hai riscattato per Dio, con il tuo sangue, uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione, e hai fatto di loro, per il nostro Dio, un regno e sacerdoti, e regneranno sopra la terra».

Non si tratta solo del sacerdozio ordinato, quello esercitato nella Chiesa dai consacrati per mezzo dell’Ordine, ma del sacerdozio comune a tutti i battezzati, come insegna il Concilio (cfr Lumen Gentium 10-11). Tutti i credenti in Cristo possono offrire se stessi e il mondo intero al Padre per mezzo del Figlio nello Spirito santo. Può essere bene ricordare e meditare su questa gratuita e sorprendente possibilità data per fede a tutti, soprattutto in questi tempi difficili, in cui siamo tutti accomunati dal timore e dall’attesa di un rinnovamento, di una rigenerazione che non può essere un semplice e ingenuo ritorno allo status quo ante, alle cose com’erano prima.

La pandemia è l’occasione per una riforma di vita, per apprendere dal Signore qual è la vera via della pace: quella della solidarietà e della fratellanza universale, quella del dono di sé.

Che il Signore ci illumini e ci aiuti a cogliere questo segno dei tempi, perché, come ha detto papa Francesco in un’omelia: “Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”.