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La tristezza si convertirà in gioia

 

Ci avviamo verso la solennità dell’ascensione del Signore e i toni della liturgia, proseguendo la lettura del cap. 16 del vangelo di Giovanni, ce ne anticipano il senso.

In questo contesto di commiato, il vangelo ci trasmette non solo il saluto di Gesù ai discepoli, ma il clima stesso in cui la comunità giovannea vive.

L’attesa del ritorno del Signore, dopo i diversi decenni che intercorrono tra la morte di Gesù e l’ultima redazione di questo vangelo, inizia a farsi difficile. L’ambiente intorno non è favorevole, né con gli ebrei né con i pagani.

Tornano consolanti allora questi detti del Signore che ricordano il suo ritorno.

Eppure, un’affermazione, in chiusura del brano in oggetto, richiede, forse, una speciale attenzione.

Gesù direbbe: “Voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia.”

La sorte dei discepoli non sembra essere diversa da quella del mondo, se non vogliamo pensare che la valenza, sovente negativa, del termine “mondo” sia ripetuta in questo contesto.

Sono due, infatti, le possibili interpretazioni: il “mondo” si rallegra per la fine tragica dell’esperienza terrena di Cristo, ma presto sarà il turno dei discepoli, ora afflitti. Oppure, la seconda, alla quale accennavo in precedenza, ossia che la tristezza del mondo e dei discepoli si convertirà presto in gioia.

Seguendo questa seconda linea interpretativa, conviene distinguere diverse ragioni della tristezza. È triste, infatti, chi vive nel peccato e nella morte. Ma è triste anche chi sta sperimentando l’allontanarsi di Gesù, giunto al termine della sua vita. E, per ultimo, è triste chi, sperimentando la persecuzione, si sente abbandonato da Dio.

Tre livelli di tristezza corrispondenti, dunque, a tre situazioni di vita differenti: l’amore per la persona di Gesù, la riflessione che scaturisce innanzi al male del mondo a partire dall’annuncio di vita ricevuto, l’insipienza o il dolore propri di una vita senza senso, senza orizzonte, senza liberatore e libertà.

Soffermiamoci su due di queste dimensioni, le più esistenziali: l’amore per la persona di Gesù e la sofferenza di chi vive nel peccato.

In entrambi questi casi, notiamo come le parole di Gesù invitino non solo e non tanto alla pazienza, ma alla speranza che le cose andranno meglio.

Chi soffre per lui si rallegrerà e chi soffre nella propria negativa esperienza esistenziale troverà ristoro. Cosa sta alla base di questo cambio, di questa trasformazione?

Immaginando la prosecuzione della storia di Gesù, dobbiamo immaginare che il cambio di passo sia dato esattamente dalla sua morte e resurrezione. Morte e resurrezione che sono per noi, ossia in nostro favore e non, banalmente, “per nostra colpa”.

Il mistero della Pasqua, infatti, non si realizza soltanto nella vita del Signore, né in quella dei discepoli, ma anche in tutto quanto il mondo che, avendo vissuto la drammatica realtà del peccato e della morte, vivrà la sua pasqua di vita, il suo passaggio alla gioia piena.

Questa osservazione ci permette di trarre alcune conclusioni. Innanzitutto, la morte e il distacco da Gesù, cause di tristezza per i discepoli, diventeranno ragione di gioia quando saranno investiti dalla pienezza di vita data, in abbondanza, dallo Spirito. Qui, il richiamo è alla Pentecoste. Per quanto riguarda la natura umana peccatrice, il riferimento è proprio quello dell’Ascensione al cielo.

Nel nostro “credo” ricordiamo che Cristo è “assiso alla destra del Padre”. Lo è in quanto Dio, ma anche in quanto uomo.

Questo significa che la limitata e triste condizione umana è assunta e ricapitolata in Cristo fino al punto da essere divinizzata, resa degna e capace di stare al fianco di Dio. Questa nostra carne diventa, per sempre, la “carne” di Dio.

Non sono secondarie le conseguenze di questa affermazione.

Tutti, infatti, ci troviamo in una condizione di morte e di peccato. Tutti sentiamo il peso dell’esistere così segnato dal limite e dalla finitudine.

Ma ci viene offerta speranza, possibilità, respiro. Sulla base di queste cose, a partire dal nostro concreto bisogno di senso, ci è dato di scommettere.

 

 

Spunti di riflessione:

  • Quali sono le mie “tristezze”, le situazioni e le cose che mi fanno triste?
  • Richiamo alla mente la speranza offerta all’uomo quando, magari, nel quotidiano affronto momenti di vuoto e di disperazione?