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  • ANNO IGNAZIANO [maggio 2021-luglio 2022]

Meditazione Gio 24 Giugno

Meditazione Gio 24 Giugno

Meditazione Gio 24 Giugno 440 277 Chiesa del Santissimo Nome di Gesù all’Argentina

Benedire è vivere la vita

 

Luca 1, 57-66. 80

Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.
Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome».
Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio.
Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.
Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

 

Giovanni è colui “che è stato inviato per preparare al Signore un popolo ben disposto”. La visita di Dio va infatti preparata – questa è la nostra cura spirituale – e Dio si rivela preparando la sua visita.

Come Dio si rende manifesto nella mia vita e quali sono i precursori che mi ha mandato per preparare il mio cuore alla sua presenza? Ma possiamo anche domandarci: quali sono i segni che accompagnano la venuta di Dio nella mia vita e quali atteggiamenti interiori ed esteriori ha provocato?

L’oracolo di Isaia (49, 1-6) ci invita a ricondurre tutto a Dio: “mi ha chiamato; ha pronunciato il mio nome, mi ha reso spada affilata, mi ha nascosto nella sua mano”.

Tutta la nostra vita è nel segno del dono e della gratuità, ma anche della missione: “ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza a tutte le nazioni”.

Questa festa ricorda allora a tutti la dimensione del dono che viene da Dio e allo stesso tempo la chiamata a essere con la nostra vita profeti di salvezza.

È una dimensione della nostra vocazione a cui spesso non pensiamo: Io sono stato costituito per il battesimo profeta per annunciare la vita nuova e la pace che viene da Dio.

I profeti – in tutta la Scrittura – non sono persone che predicono il futuro (quelli sono gli indovini!), ma amici di Dio. Pertanto, animati dallo Spirito Santo interpretano il presente e ne offrono una lettura nella fede.

Il profeta è un uomo sedotto da Dio che fa diventare la sua vita una catechesi vivente, un monito continuo al popolo, pagando la coerenza e la denuncia con la propria vita. In questo senso il profeta è luce, perché rischiara le tenebre e invita alla speranza.

I profeti esistono ancora, sono presenti in mezzo a noi.

Sono uomini e donne che vivono il Vangelo con coinvolgente semplicità e convinzione, diventando un segno di conversione per noi tutti. Non sono servi, sarebbe poca cosa, sono amici di Dio e, pertanto, amici degli uomini nel silenzio e nel nascondimento della storia.

La grande storiografia non ha registrato né la nascita, né l’esistenza di Giovanni Battista, eppure esso ha rivolto il cuore dei figli verso il Padre.

Siamo circondati da silenziosi testimoni, da migliaia di profeti che danno testimonianza al Maestro, anche se nessuno sembra accorgersene.

Stupiamoci ancora per i tanti profeti che ancora incrociamo giorno per giorno, che ci aiutano a leggere il presente alla luce della fede e dell’opera di Dio.

Ci stiamo abituando al pessimismo, anche nella Chiesa spesso prevale una logica mondana piccina e rissosa. Fra noi, però, non deve essere così: la profezia ci aiuti a cogliere i segnali di luce che ci raggiungono nella quotidianità.

I profeti hanno faticato e tribolato per scrutare i segni dei tempi, hanno provato la contraddizione del tempo in cui sono vissuti, orientando la loro vita alla comprensione del Regno. Così dovrebbero essere le nostre comunità cristiane chiamate a leggere il presente alla luce del Vangelo per dare speranza al nostro inquieto mondo.

Dal vangelo possiamo trarre questo insegnamento: il passaggio tra i due Testamenti è un tempo di silenzio: la parola, tolta al sacerdozio antico, si sta intessendo nel ventre di due madri, Elisabetta e Maria.

Dio scrive la sua storia dentro il calendario della vita, fuori dai recinti del Tempio.

Zaccaria ha dubitato, perché non ha creduto di essere profeta, non ha creduto di poter vincere il pessimismo del suo tempo, ha dubitato perciò di poter essere fecondo. Ha chiuso l’orecchio del cuore alla Parola di Dio, e da quel momento ha perso la parola. Non ha ascoltato, e ora non ha più niente da dire.

Eppure i dubbi del vecchio sacerdote (i miei difetti e i miei dubbi) non fermano l’azione di Dio. Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio… e i vicini si rallegravano con la madre.

Il sacerdote tace ed è la madre a prendere la parola.

Elisabetta ha saputo ascoltare e ha l’autorevolezza per parlare: “Si chiamerà Giovanni”, che significa dono di Dio (nella cultura biblica dire il “nome” è come dire l’essenza della persona). Quando anche Zaccaria entra nella logica del dono il nodo della sua lingua si scioglie per benedire Dio.

La parola restituita è una benedizione, è un’energia di vita, una forza di crescita e di nascita che scende dall’alto e dilaga.

Questo è il modo in cui ci è chiesto di essere profeti oggi, diventare voce di benedizione là dove sembra più forte la maledizione e la morte.

Se la parola ci è stata restituita è per portare Dio che sempre dice bene della sua creazione.

Benedire è vivere la vita come un dono: Signore, la vita che mi hai ridato/ ora te la rendo/ nel canto (Turoldo), perché risuoni nell’oscurità delle coscienze e ogni uomo sia ricondotto al tuo cuore di Padre da cui sgorga ogni benedizione di vita. Amen.