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  • ANNO IGNAZIANO [maggio 2021-luglio 2022]

Meditazione Gio 27 Maggio

Meditazione Gio 27 Maggio

Meditazione Gio 27 Maggio 440 277 Chiesa del Santissimo Nome di Gesù all’Argentina

Cosa vuoi che faccia per te?

 

Marco 10, 46-52

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

 

 

“Cosa vuoi che io faccia per te?”, chiede Gesù al cieco. È la stessa domanda che a questo punto il vangelo fa a ciascuno di noi, che, come lui, si ritrova cieco, seduto e fuori strada.  E noi facciamo nostra la sua risposta: “Gesù, abbi pietà di me.  Che io veda”.

Solo così otteniamo la vista: abbiamo la fede che salva, e lo seguiamo nel suo cammino.

Fine di tutta la catechesi di Gesù ai suoi discepoli e di Marco al suo lettore è portare qui, dove si compie l’ultimo miracolo, quello definitivo: la guarigione dalla cecità.

Il cammino del vangelo, è utile ripeterlo, è un’educazione del desiderio, per sapere cosa chiedere.  Giacomo e Giovanni, identificati alfine con questo cieco, sanno cosa chiedere e volere. Dove non avviene questa identificazione con il cieco che guarisce, c’è quella con il fico che scopre la sua sterile nudità.

Questo miracolo è l’illuminazione battesimale che ci fa nascere, uscire dalle tenebre alla luce. È il dono dello Spirito per vedere ciò che Gesù fa a Gerusalemme e scrutare nel Crocifisso la profondità di Dio (1Cor 2,10).

Nel vangelo di Marco questo cieco è l’unico – dopo i demoni, ma in modo ben diverso! – che chiama Gesù per nome.  Ha con lui un rapporto personale di conoscenza e di familiarità.  Chiamare Gesù è pronunciare il Nome, il solo in cui c’è salvezza (At 4,12).

Questo cieco è specchio di ciascuno di noi. Attraverso l’ascolto ha sentito la promessa di Dio, e può desiderare e chiedere ciò che vuol donarci.  L’invocazione del nome di Gesù trova risposta nella sua chiamata, che lo fa balzare in piedi, gettare il mantello, andare da lui, pregarlo e ottenere la vista, in modo da poterlo seguire nel suo cammino.  Questa è la salvezza concessa a chiunque invoca il suo nome (At 2,21).

Da questo racconto la fede è orecchi per ascoltare, bocca per gridare, piedi per accorrere a lui, mani per gettare il mantello e occhi per vederlo e seguirlo. Il suo principio è la miseria riconosciuta, il suo mezzo è l’invocazione della misericordia, il suo compimento è l’illuminazione che fa vedere il Signore.

Qui, dopo le tre predizioni della passione, si compie la seconda parte del miracolo del cieco di Betsaida. “Vedi forse qualcosa?”, gli aveva chiesto Gesù.  Ora, che ci è chiaro ciò che non vediamo, sappiamo cosa chiedergli per “vedere chiaramente a distanza ogni cosa”.

Subito dopo questo racconto comincia il primo dei sei giorni di Gesù a Gerusalemme. È la settimana della nuova creazione.  Ora ci dà gli occhi per vederla, così che non scambiamo più gli uomini per alberi che camminano, ma vediamo Dio stesso nel Figlio dell’uomo che si offre dall’albero della vita.

Chiedo a Gesù e ripeto con desiderio ciò che voglio: Gesù, abbi pietà di me, che io veda.