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Comunità: condivisione di fede e di amore

 

Il frazionamento a cui il capitolo 17 di Giovanni è stato sottoposto rende complessa la comprensione contestuale del brano che la liturgia di oggi ci presenta.

Gesù ha appena pregato per “i suoi” che “restano nel mondo” mentre lui torna al Padre. Nel testo odierno, invece, prega anche per quelli che crederanno per mezzo della testimonianza di questi “rimasti nel mondo”. In questo numero, possiamo annoverare tutta quanta la cristianità di ogni tempo, a sua volta testimone nel mondo intero, dell’infinito amore di Dio.

Il richiamo forte all’unità, però, lascia presagire che la comunità di Giovanni, redattrice di questo vangelo, stesse attraversando un momento di divisione. L’unità viene ricondotta, d’altra parte, a quella, paradigmatica, di Gesù con il Padre. Ci sarebbero elementi sufficienti per pensare che le divisioni interne alla Chiesa giovannea fossero, quindi, legate alla diversa comprensione della identità di Cristo: uomo o Dio? Unito al Padre o unito agli uomini?

Il Vangelo sembra protendere verso una doppia affermazione: tanto uomo, quanto Dio. Unito al Padre tanto come agli uomini.

E, in effetti, solo a partire da questo mistero di unità profonda è possibile comprendere l’importanza del suo sacrificio, il sacrificio dell’unico giusto.

Giusto come, nel testo, lo è il Padre. Può essere occasione buona quella odierna, per guardare così allo stato di salute delle nostre comunità e al modo in cui noi ci stiamo dentro. Non parlo soltanto della grande Chiesa universale, ma anche di quelle unità più piccole, diocesane, parrocchiali, carismatiche e spirituali delle quali facciamo parte.

Non c’è dubbio, infatti, che mentre fondamentale è la fede personale, altrettanto fondamentale è viverla in comunità, condividerla con altri compagni di cammino.

Comunità che non sono solo un antidoto alla solitudine o un luogo presso il quale celebrare la comune fede, ma anche un importante ed insostituibile opportunità di verifica della fede del singolo.

Sostengo che è fondamentale costruire un cammino di fede a partire dalla propria singolare esperienza. Il Dio che mi si rivela è il Dio che si rivela a me, in un modo e attraverso una singolarità che sono propri delle mie corde, del mio modo di intendere, della mia situazione e storia personali.

Ma la razionalità che è parte dell’atto di fede non può che essere regolata nel confronto con le altre “rivelazioni” ricevute dai miei compagni e con la grande “Rivelazione” affidata alla Tradizione della Chiesa. Seppure è comprensibile una eterogeneità di forme (senza che si debba, per questo, essere tacciati di relativismo) occorre una omogeneità, un “remare nella stessa direzione”.

La multiformità dell’esperienza cristiana è tale già dalla eterogeneità della composizione della comunità dei primi discepoli. Ciascuno di loro ha conosciuto Cristo in un modo specialissimo e ha fatto esperienza di lui secondo la propria situazione esistenziale, emotiva, psicologica…

Nel sedimentarsi di queste esperienze nei Vangeli, leggiamo di incontri diversi che Gesù ebbe e di parole, gesti, comportamenti e attitudini diverse che mantenne: il pubblicano Levi fu chiamato a seguirlo, mentre fu Gesù stesso a fermarsi a cena presso l’altro pubblicano, Zaccheo. Attitudini, stili, forme differenti per ciascuno.

Ma c’è un ulteriore livello di comprensione e di relazione con Cristo che è proprio di ogni lettore della Parola di Dio o di ogni uomo che viene in contatto con la testimonianza di questi che, alla mensa della Parola dovrebbero essere assidui.

E, inoltre, esiste ancora un ulteriore livello, non relativo ai destinatari quanto piuttosto ai luoghi della testimonianza: la storia universale, la creazione intera, i luoghi di bellezza e verità che fanno bello e vero tutto l’universo. Anche questi parlano di Dio e si fanno portatori del suo mistero verso uomini e donne semplicemente in ricerca, di qualsiasi tradizione religiosa, spirituale, geografica, culturale essi facciano parte.

In questa eterogeneità, che, numericamente, ammonterebbe alla sommatoria di tutti gli uomini e le donne di ogni tempo e di ogni luogo della terra, rintracciare il fondamento, la radice dell’unità potrebbe sembrare operazione difficile, ardua, eccessivamente ambiziosa.

Il testo ci dà una chiave: l’amore.

Riprendendo una immagine cara a Papa Francesco, allora, il “prisma”, il “poliedro della famiglia umana” è tenuto insieme dall’amore che Dio ha per ciascuno, seppure nelle diverse modalità in cui questo trova espressione.

 

 

Spunti di riflessione:

  • Come vivo la mia appartenenza ecclesiale?
  • Sono cosciente della multiformità della Rivelazione di Dio?
  • Faccio dell’amore ricevuto il luogo di comprensione e di testimonianza verso gli altri della mia relazione con Dio?