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Tentati, a causa del bene che facciamo

 

 

Luca 13, 31-35
In quel momento si avvicinarono a Gesù alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere».
Egli rispose loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme”.
Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa è abbandonata a voi! Vi dico infatti che non mi vedrete, finché verrà il tempo in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».

 

 

Il saggio maestro ebraico Ben Siria, vissuto nel III sec. a. C., nel libro sapienziale che da lui prende il nome, il Siracide, ammonisce i suoi allievi: Figlio, se ti presenti per servire il Signore, prepàrati alla tentazione. Abbi un cuore retto e sii costante, non ti smarrire nel tempo della seduzione (Sir 2,1).

La vita spirituale nella sequela del Signore comporta una lotta, è inevitabile in un mondo segnato dal peccato. Chi si aspetta di poter vivere tranquillo e sereno seguendo Gesù avrà ben presto una clamorosa delusione! E quando la nostra vita di credenti non è soggetta a tentazioni, forse dovremmo preoccuparci e chiederci se in realtà non ci siamo adagiati un po’ troppo o, come direbbe sant’Ignazio, abbiamo “fatto il nido in casa d’altri”, cioè di qualcuno che non è il vero Signore (EESS 322).

Lo ha potuto constatare innanzitutto Gesù: il re Erode (Antipa, che ha regnato in Galilea dal 4 a. C. al 39 d. C.) ha fatto prima uccidere Giovanni Battista e ora vuole liberarsi anche di Gesù, perché come il suo precursore criticava lo status quo e i governanti delle istituzioni e stava radunando attorno a sé un gruppo di discepoli che potevano rivoltarglisi contro.

Ma Gesù ha una missione più grande, non circoscritta ai piccoli confini del regno di Erode e che non ha nulla in comune con le questioni nazionalistiche: la sua meta è Gerusalemme e il suo scopo è riunire, sì, tutti i membri del popolo eletto, ma come una chioccia che protegge i suoi piccoli, mettendosi al loro servizio in una comunità fondata sull’amore e non spadroneggiando su di loro come i capi delle nazioni (cfr Mc 10,42).

Anche nella chiesa ci sono molti che portano avanti una lotta contro qualcuno per questioni dottrinali, politiche, pastorali ecc., ma la Parola di oggi ci ricorda che, in realtà, la prima battaglia è quella contro noi stessi, il nostro orgoglio ed egoismo. E soprattutto ci dice che combattiamo davvero non quando attacchiamo o condanniamo qualcuno per esaltarci nella nostra giustizia contro il presunto male compiuto dall’altro, ma quando noi veniamo tentati a causa del bene che facciamo. Si tratta più di una resistenza passiva e certamente di una lotta non violenta che di una crociata. È l’agere contra di sant’Ignazio, cioè agire in modo diametralmente opposto a quello suggerito dallo spirito cattivo, non l’andare contro un fratello o una sorella che sbagliano.

Per i primi cristiani questo era evidente, per il loro essere minoranza senza alcun potere. Per noi oggi è più difficile distinguere la vera e sana battaglia spirituale dalla crociata, perché spesso ragioniamo ancora in termini di società o Paese cristiano, manteniamo ancora tante posizioni di potere e ci illudiamo che da quelle possa venirne un beneficio per l’evangelizzazione.

Ma quando Gesù entra a Gerusalemme acclamato come re, benedetto perché viene nel nome del Signore, cavalca un umile asino, figlio d’asina, e non un cavallo, il superbo animale usato nella guerra (cfr Mt 21,4-11).

 

Che lo Spirito ci illumini affinché sappiamo riconoscerlo quando viene così nelle nostre vite e nella nostra storia collettiva.