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  • ANNO IGNAZIANO [maggio 2021-luglio 2022]

Meditazione Gio 4 Marzo

Meditazione Gio 4 Marzo

Meditazione Gio 4 Marzo 440 277 Chiesa del Santissimo Nome di Gesù all’Argentina

Come albero piantato lungo corsi d’acqua

 

Luca 16, 19-31

In quel tempo, Gesù disse ai farisei:
«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

 

 

 

Oggi le letture si presentano con un parallelo di immagini molto fecondo per noi: il tamerisco e il ricco vestito di porpora, da una parte, le piante che crescono lungo i corsi d’acqua e il povero Lazzaro, dall’altra.

Proporrei di tentare di contemplare, ovvero immaginare i contesti gustando i colori, i sapori, gli spazi ecc. Proprio approfittando delle tante immagini di questi testi.

Il tamerisco è una pianta molto suggestiva: è un sempreverde che si trova in ambienti aridi ma capace di arrivare anche a dieci metri di altezza. La corteccia con gli anni assume un colore blu-violaceo un colore che lo caratterizza e lo distingue, come la porpora del ricco di cui parla il Vangelo di Luca. È una pianta che fiorisce e i suoi fiori sono carichi di semi, vive nelle regioni desertiche del Negev e del Mar Morto, ma è in grado di attingere acqua con le sue radici che arrivano anche a 10-12 metri di profondità. È una pianta importante perché protegge con la sua ombra i viandanti e diventa un segnale per ritrovare i punti di riferimento nel deserto: Abramo pianta un tamerisco prima di invocare il Signore (Cf. Gen 21,33); un tamerisco segna il luogo dove vengono sepolte le ossa di Saul e dei suoi figli (cf. 1Sam 31,13).

Nella prima lettura il profeta Geremia dice che questa pianta è come l’uomo che confida nell’uomo: maledetta! Lo spiega con parole inequivocabili: «Sarà come un tamerisco nella steppa; non vedrà venire il bene, dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere». È una pianta capacissima nella logica della botanica ma simboleggia la vita senza relazioni: non vive in una comunità, la sua vita è nella morte (morte e deserto sono dei sinonimi nella Bibbia): nel deserto nessuno può vivere.

Il tamerisco, al fine dell’ammonimento biblico, è simile alla pula, come nel salmo della liturgia di oggi, che è il prodotto di scarto dell’orzo, del farro ma così è anche definito il galgal, un cardo che nasce in luogo desertico e una volta che si è staccato rotola sospinto dal vento. Un vegetale secco che non ha bisogno di null’altro che di sé stesso e che nessuno può più radunare.

Al contrario è l’uomo benedetto, che Geremia definisce come albero piantato lungo corsi d’acqua e nel salmo di oggi si dice dell’uomo giusto (Sal 1,3).

Quali sono le piante che nascono lungo i corsi d’acqua? Senza dilungarci troppo, ne elenchiamo solo alcune per trarne una maggiore comprensione del testo biblico. Sono, ad esempio, il salice (Cf. Lv 23,40; Sal 137, 1-2), il fico, il gelso nero, il tulipano (cf. Sal 50,8, Ct 2,1), la menta, l’olmo (cf. Is 41,19), il pioppo bianco (Os 4,13) ecc.

Cosa ci dice questo rapido excursus? Le piante che crescono lungo i corsi d’acqua coprono una ampia varietà di specie, ci dice la vicinanza, ci dice la dipendenza dalla fonte e quindi la forza della relazione e la fragilità della singolarità. Ci dice che se una di queste piante viene isolata rischia di mutare e morire.

Usando le immagini che ci dona la prima lettura e il salmo di oggi diviene subito familiare entrare nel Vangelo.

Del povero si sa solo il nome, Lazzaro, a significare che è noto al Creatore quindi al Figlio suo Gesù Cristo! Quel nome ci dice la relazione tra il povero e il corso d’acqua, tra Lazzaro e Dio. Del ricco si sa poco se non quello che si vede, un po’ come il tamerisco: si vede l’ombra, l’altezza e il deserto intorno.

Parlare dei tipi di piante ci ha fatto cogliere il tema centrale delle letture che è quello della comunione fraterna e la comunione con Dio.

Il ricco ha vissuto nel suo mondo, un po’ come dice Alberto Sordi interpretando magistralmente il Marchese del Grillo: «io so io». Preso da se stesso, dalle sue ricchezze, magari anche fu un uomo ritenuto buono, ma chiuso in sé, infatti, è interessante che alla fine della discussione con Abramo è preoccupato per i fratelli, ovvero per il suo casato, per la sua casa, e quindi ancora per i suoi averi. Malgrado la visione chiaria del “dopo morte” è ancora attaccato a quello che possedeva: condanna incredibile se si pensa all’ansia che può generargli!

Ovviamente non è una denuncia contro le ricchezze, ma contro le ricchezze come fine della vita. Il Signore, attraverso il profeta Geremia e alla parabola raccontata da Gesù, svela la maledizione dell’egoismo, del non interrogarsi, del rimuovere ogni tipo di questione sociale e di fede dalla nostra coscienza. Infatti, nei versetti precedenti del Vangelo, Gesù chiede il buon uso del denaro (cf. Lc 16,9-13) che deve essere mezzo e non fine, addirittura ricorda l’importanza della Torah per essere fedeli a Dio e quindi l’importanza delle relazioni che sono soggette alla Torah stessa.

Nel Vangelo di oggi racconta una storia che svela l’inizio, i mezzi e la fine di ogni vita.

Mose, nella parabola lucana, ci dice una verità che dovrebbe svegliarci e ammonirci: «non sarete persuasi neanche se uno risorgesse dai morti»! L’attaccamento alle ricchezze, la preoccupazione per il “mio”, l’isolarsi solo a ciò che ci appartiene, anche fosse la nostra famiglia, “cortocircuita” la fede! È la maledizione di cui parla Geremia: come fare per ritrovare la fede e lasciare l’egoismo?

La colletta di oggi ci dice qualcosa di importante: “O Dio, che ami l’innocenza e la ridoni a chi l’ha perduta, volgi verso di te i nostri cuori perché, animati dal tuo Spirito, possiamo rimanere saldi nella fede e operosi nella carità fraterna”.

Chiediamo la grazia di ritrovare l’innocenza, quella di Lazzaro che non seppe far altro che mendicare e sperare, o quella delle piante che crescono lungo i corsi d’acqua.