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Meditazione Lun 1 Marzo

Meditazione Lun 1 Marzo

Meditazione Lun 1 Marzo 440 277 Chiesa del Santissimo Nome di Gesù all’Argentina

Conoscere il giudizio e la misericordia di Dio

 

 

Luca 6, 36-38

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati.
Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».

 

 

Le letture di oggi ci chiedono di essere misericordiosi ma anche ci parlano di giudizio, di condanna e di perdono. Sono categorie usate sia nella Bibbia che nel contesto sociale che viviamo. Nessuno di noi vorrebbe andare in giudizio o essere minacciato da possibili condanne: la prima lettura parla addirittura di vergogna, sentimento che con il timore certo può accompagnare chi si trova ad essere giudicato. Queste letture rischiano di essere mal capite, e quindi mal vissute, allora introduciamole con una frase di una grande Santa:

“Non temo il giudizio di Dio, perché il Giudice è mio amico”, S. Teresa di Lisieux.

Questa frase di Santa Teresa ci ricorda che con il giudice c’è un legame, che non scade nel favoreggiamento, ma svela il tipo di giudizio di cui parla la Bibbia ben lontano da quello che ci propone lo Stato.

Propongo di meditare innanzitutto la prima lettura del libro di Daniele (9, 4-10). Daniele, nei versetti precedenti a quelli che ci sono proposti, chiede la conoscenza della Parola del Signore.

Dio è definito da Daniele tremendo perché fa quello che dice, in questo caso le parole di Dio, che sono rivelate a Daniele tramite il libro del profeta Geremia, prevedono l’esilio del popolo di Israele, o meglio il libro di Geremia parla di esilio ma parla anche dell’opera stupenda che Dio agirà per il suo Popolo: una condanna per riscoprire la relazione filiale. Come possiamo accettare questo che sembra un’azione punitiva? Che razza di dio è un dio che condanna in questa maniera? Come mostra la sua misericordia?

Nella preghiera, Daniele fa quanto impara dalla Parola di Dio: dice quello che è, e qui denuncia il peccato suo e del Popolo, peccato che si palesa nell’azione dell’essersi allontanati! Allontanati da Dio e divisi come popolo!

La prima domanda che dobbiamo farci: ci sentiamo lontani da Dio, dalla sua Parola? Persino Daniele si include in questa distanza, non parla del Popolo come un “loro” ma come un “noi”, afferma che noi tutti ci siamo allontanati. La domanda è quindi non intimistica ma comunitaria: come la comunità cristiana si sta allontanando da Dio? Con che azioni? Con che modalità?

Questa preghiera di Daniele ci chiede oggi una schiettezza profonda con Dio: non dobbiamo temerlo ma desideriamo di incontrarlo. Implorare Dio significa soprattutto dialogare con il Signore senza nascondere le nostre “vergogne”.

  1. Teresa di Lisieux parla di Dio come giusto. Lo fa anche Daniele al versetto 7, Santa Teresa però aggiunge che non teme il Dio Giudice, ma questo non esclude il senso della vergogna, di cui, invece, parla Daniele! La giustizia di Dio è fedele alla Parola e quindi ci è rivelata, di conseguenza riconosciamo che abbiamo peccato e questo ci fa vergognare! La vergogna nasce perché la giustizia divina è basata sull’amore gratuito, amore che noi però rifiutiamo e dubitiamo, come dice la prima lettura: “Signore, la vergogna sul volto a noi, ai nostri re, ai nostri principi, ai nostri padri, perché́ abbiamo peccato contro di te” (Dn 9, 8).

È contro Dio che pecchiamo, è di Lui che dubitiamo! Ci vergogniamo di fronte alla giustizia divina, ma in che senso? La Bibbia parla di vergogna già al capitolo terzo della Genesi, la vergogna di Adamo ed Eva di scoprirsi nudi, pur essendolo sempre stati (Cf. Gen 2,21-25)! La vergogna perciò è la scoperta dell’uomo e della donna non tanto della nudità, ma scoprire che ci si è chiusi alla capacità di una piena comunione reciproca, l’incapacità di donarsi alla vita e alla vita piena in Dio! Siamo incapaci del dono pieno di Dio alla comunità umana, abbiamo perso la somiglianza con Dio che si dona completamente a noi.

La vergogna che proviamo sorge quindi dai nostri “no” alla comunione piena, accettando relazioni frivole, provvisorie, forse distratti o, addirittura, arrabbiati, come dice Daniele: “ci siamo ribellati contro di lui, non abbiamo ascoltato la voce del Signore, nostro Dio”.

Uscire da questa vergona per ritrovare il senso filiale della nostra vita è la grazia che chiediamo oggi.

La vergogna può essere proprio quel sentimento causato dal peccato che ci può riportare alla casa del Padre, e quindi alla comunione piena tra sorelle e fratelli. La vergogna è il sentimento che può recuperare i dispersi. La vergogna è quello che porta i peccatori da Gesù: l’insegnamento di Gesù è che perdona il fratello e la sorella peccatori rendendo la riconciliazione l’atto cristiano per eccellenza superiore a qualsiasi culto.

La vergogna che rende patente ogni nostro peccato è lo stato emotivo profondo che permette l’incontro con la misericordia che è anzitutto l’atto del Padre (cf. Mt 6,14-15; 18,23-35).

Quando Santa Teresa dice di non avere timore è perché, cosciente dei suoi peccati, riconosce in che senso Dio è giudice, idea che ci può spaventare, perché la nostra immagine di Dio è distorta dall’idea di un giudice che deve decidere tra due contendenti. Crediamo ad un Dio fuori dalla storia, non toccato dalla nostra vita, invece Dio si immerge e non evita la conflittualità della relazione, di più: si incarna, si arrabbia, prende posizione per il povero, la vedova, l’orfano. Dio è fedele alla sua Parola! Egli, per mezzo dello Spirito, dona consolazione e desolazione, ci porta fratelli e sorelle come testimoni e pietre di inciampo, ci pone di fronte al creato ferito dalle nostre azioni ecc., tutto questo fa emergere un rinnovato incontro tra la volontà benefica di Dio Padre e il consenso libero di ogni figlia e figlio.

Quella di Dio è una condanna o giudizio in senso di un litigio tra creatura e Creatore, dove lo scopo del litigio è ristabilire la giustizia e quindi la relazione fraterna.

Conoscere la misericordia del Padre ci porta quindi a confessare i nostri peccati, ma anche ad uscire da tanti vittimismi per poter perdonare a nostra volta.

Il Vangelo di oggi ci invita a chiedere la Grazia di questa Misericordia, una misericordia che si confronta, dialoga, si arrabbia, litiga, e non giudica per condannare ma per riconciliare e perdonare. La misura buona, pigiata, colma e traboccante che ci è promessa in “grembo” è la vita in comunione, un processo umile che non evita i conflitti ma sa amare e perdonare. Per questo il Signore ci chiede di essere misericordiosi, di non giudicare e di non condannare, ci chiede un incontro diretto con la realtà abitata dal peccato e quindi conflittuale e purtroppo violenta, ma solo entrando nella realtà con la Misericordia del Padre possiamo redimere la realtà stessa e la nostra vita.