Selezionare una pagina
Tel: 06 69 70 01 (centralino) - 06 69 91 653 (emergenze)

Io, Tu, Noi

Il Vangelo di oggi riprende la lettura continua del cap. 14 del Vangelo di Giovanni e, di per sé, ci permetterebbe di approfondire le cosiddette “dinamiche trinitarie”, tema complesso che continua a tenere banco nella riflessione teologica, impegnando, e molto, gli addetti ai lavori. Su questo versante, mi sembra opportuno sottolineare l’articolazione, il rapporto che mi pare emerga nella reciproca azione dello Spirito Santo rispetto a quella di Gesù.
“Ricordare” è riportare al cuore. Lo Spirito “ricorderebbe” ai credenti quanto il Signore aveva già detto loro.
“Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi”: questo breve inciso risulta anacronistico rispetto al racconto del cap. 14. Gesù, in questo capitolo di Giovanni, è ancora in mezzo ai discepoli. L’uso del passato, qui, rivela lo sforzo del redattore del vangelo di certificare, rileggere e ricomprendere, dopo la Resurrezione di Gesù, alcuni dei detti del tempo della sequela.
È una riconferma del fatto che, con l’esperienza della morte, si conclude realmente la vita umana di Cristo, altrimenti, non potremmo considerarla realmente umana. La resurrezione ci proietta nel piano della meta-storia, e, come abbiamo ricordato nei giorni scorsi, tutto ciò che, rispetto alla narrazione, su questo punto, possiamo affermare è il vuoto e il silenzio del sepolcro, che apre ai discepoli lo spazio della scommessa sulla resurrezione stessa.

Ma della resurrezione non abbiamo testimoni. Abbiamo, piuttosto, testimoni del Risorto con le loro testimonianze, che, in filigrana, coincidono con azioni specifiche della Chiesa. E, innanzitutto, quelle battesimali e quelle eucaristiche. Due esempi per tutti: Maria di Magdala, “chiamata per nome” dal Risorto e i discepoli di Emmaus che, il Risorto, lo riconobbero “nello spezzare il pane”.
L’indicazione che raccogliamo è, quindi, quella di una azione dello Spirito, come dice il nostro testo oggi, che “ricorda” azioni e parole risalenti allo stesso Gesù, le quali permettono di rivelarlo, mostrarlo nelle parole e nelle azioni della Chiesa. Non possiamo non notare, del resto, che nel “Credo” la Chiesa viene ricordata esattamente all’interno del “Credo nello Spirito Santo”, terzo dei tre articoli di fede. Della Chiesa non si dice “Credo nella…”, ma semplicemente, “Credo la Chiesa”.
In ultima analisi, quindi, la vita della Chiesa, immediatamente, dipende dallo Spirito, e, solo mediatamente e proprio attraverso lo Spirito, da Cristo. Non ci meraviglia, in questo senso, l’invocazione allo Spirito che, in ogni celebrazione eucaristica, ci permette di ottenere la presenza reale di Gesù nell’Eucarestia, esattamente nelle parole che accompagnano l’imposizione delle mani sul pane e sul vino, che diventano, in questo modo Corpo e Sangue di Gesù.
Seguendo il ragionamento, comprendiamo anche in che senso la Chiesa sia “santa”. Certamente, non per la sua storia o per la storia dei cristiani, per la quale gli ultimi papi hanno chiesto, addirittura, perdono. È “santa” per la presenza e l’azione dello Spirito Santo in essa, nonostante le tante manchevolezze umane.
Quanto fin qui scritto potrebbe apparire sterile riflessione teologica. In realtà, non è così. Le ricadute sulla vita credente sono tante, a partire dalla identità che, per la Chiesa e per ciascuno di noi, sarebbe propria dello Spirito Santo.
Lo abbiamo rappresentato nell’arte come colomba, voce, fiamma… Ma chi è lo Spirito per me? Dobbiamo ammettere che, al più, lo definiamo come un “Grande Sconosciuto”. Nell’omiletica e nella catechesi gli si dedica poco spazio, in effetti.
Innanzitutto, non è una “energia”. I primi padri e concili lo indicano con il termine “persona”, proprio come il Padre e il Figlio.
Il Padre, secondo questi stessi scritti, sarebbe fonte della divinità. Ascoltando quanto scrive Sant’Atanasio, dobbiamo concordare con lui che il Padre, sin dall’eternità, non sarebbe Padre se non avesse, innanzi a lui un Figlio. In questo senso, c’è contemporaneità e non successione tra l’essere “padre” di Dio padre e l’essere “figlio” proprio del Figlio, pena il loro stesso reciproco profilo. Sono tali, insieme, dall’eternità.

Il Figlio è “raccontato” come il “tu” del Padre. Come “l’altro” che è da sempre dinanzi al Padre. Se, dunque, il Padre è fonte della divinità, il Figlio ne è l’alterità radicale. È l’altro di Dio, il polo opposto, che l’esperienza della Croce arriva a manifestare, addirittura come il “Maledetto”, come colui che carica su di sé il male e il dolore del mondo.
In mezzo tra questo “Io” del Padre e questo “Tu” del Figlio ci sta tutta la realtà creata, che il Figlio stesso fa sua e che, nella Resurrezione, riassume e pone “alla destra del Padre”, santificandola nel suo stesso Spirito. La realtà creata è, così, nello Spirito, “fatta santa”.
Tutta la realtà, tutta la storia: nulla resta fuori! E questa è la prima conseguenza significativa per ciascuno di noi: nulla della nostra storia resta fuori da quel cammino che chiamiamo “di santità”. Neppure il male commesso! Dio lo sceglie e lo ama. Anche quando, radicalmente, questo male che l’uomo può scegliere, addirittura, come ragione della sua stessa vita, lo porta a voltare, definitivamente, le spalle all’amore, sempre immutabilmente offerto, di Dio. Dio non butta via nulla della nostra vita, mentre a noi capita di buttar via vite intere.
La seconda conseguenza la ricaviamo, invece, dalla identità dello Spirito Santo così come emerge dalle relazioni trinitarie. Lo Spirito sarebbe, infatti, il “Noi” della Trinità, l’amore che il Padre e il Figlio, eternamente, si scambiano. Il loro reciproco abbraccio. Che diventa abbraccio a tutta quanta la storia umana.
In questo senso, nel Dio dei cristiani non troviamo descritte soltanto l’identità e l’alterità, “l’Io” e “il Tu”, ma anche il “Noi”, la “relazione”. Questa relazione tra Padre e Figlio, il loro “amarsi” è talmente forte da assumere profilo personale, a diventare “Qualcuno” per l’uomo, non soltanto “qualcosa”.
Lo testimoniano espressioni forti come “vivere per amore”, “sacrificarsi per amore”: l’amore non si spiega se non con l’amore, non ha altra causa. Non “Ti amo perché ho bisogno di te”, ma “Ho bisogno di te perché ti amo”!

Spunti di riflessione:
Amo “per amore” o il mio amare nasconde altre finalità?
Considero e faccio mia la natura relazionale dell’identità cristiana, ossia, il camminare insieme, nel “Noi” che la Chiesa è o escludo sistematicamente la Chiesa dal mio orizzonte personale di fede, relegando la vita cristiana alla sola intimità e individualità? Ossia: “Credo la Chiesa”? Credo con tutta la Chiesa, senza farne, d’altra parte, il fine del mio “Credo”? Senza farne un “Credo in”, termine destinato soltanto allo Spirito, al Figlio e al Padre”?
Sento davvero riassunto in Dio tutto il mio vissuto, compreso il male sperimentato, oppure ci sono circostanze della mia vita che continuo a considerare come “scheletri nell’armadio”, come “parenti scomodi” che mi vergogno a consegnare a lui?