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Non aver paura di scommettere se stessi

 

E arriviamo al famoso “porgere l’altra guancia” che è diventato tanto comune da essere entrato nel linguaggio come modo di dire.

Ma escludiamo subito che significhi “mettersi nelle condizioni di prendere una nuova sberla”. Il cristiano non ne cerca né è irrefrenabilmente spinto all’autolesionismo e al sadismo.

Troppo spesso i versetti del vangelo di oggi sono stati intesi sulla falsariga di un utopico e disincarnato buonismo. Utopico perché, in fondo, irraggiungibile. E disincarnato perché, in realtà, davvero disumano.

Neppure Cristo agì in questo modo quando fu colpito dalle guardie alla vigilia della sua morte. Si fermò e risolutamente chiese: “Perché mi percuoti?”. Non supplicò le guardie chiedendo loro un nuovo schiaffo.

Spesso questi stessi detti sono stati paternalisticamente intesi nella direzione del perdono. Da bambino, ricordo che era una delle immagini più usate in casa mia quando litigavo con qualcuno. E, in fin dei conti, diventava uno dei punti del cristianesimo che più urtava la mia sensibilità.

Crescendo, a mie spese, ho imparato che presupposto della sana fede è “rispondere a chiunque mi domandi ragione della speranza che è in me”, come è scritto nella Prima Lettera di Pietro.

Rispondere: qui mi pare di rintracciare uno dei principi fondamentali della vita cristiana. Rispondere è non chiudere la porta del dialogo, lasciare margini di interlocuzione, vivere la vita nella speranza della riconciliazione anche quando la strada sembra solo in salita.

Ma non vuol dire mettersi nella condizione che qualcuno, gratuitamente faccia del male ad altri. Quel “non volgere le spalle”, quel “tu, con lui, sii disposto a percorrere due miglia di cammino, invece che uno solo, valgono quanto un “assicurati che l’altro non rimanga nella solitudine del suo errore, mettilo nelle condizioni di sapere che potrà contare ancora su di te, se lo vorrà davvero”.

Chiaro che un agire tale non può essere il risultato di un volontarismo, di un “tu devi”, ma può solo sgorgare dalla pienezza di un cuore traboccante di amore e gratitudine.

E deve muoversi nella direzione di un chiarimento, di un sereno giudizio, di una necessaria presa di posizione che, a volte, può anche tradursi in una presa di distanza dallo stile, dal modo, ma anche dai contenuti dell’argomentare e dell’agire altrui.

E, se serve, è opportuno anche saper rischiare “il mantello” se, per non interrompere il dialogo, viene chiesta “la tunica”. Ossia, esattamente, non aver paura di scommettere se stessi, per intero.

La verità, sulla terra, è sempre un punto di incontro: la verità muove non dall’accertamento di un fatto storico, che, come tale, sempre sarà soggetto a interpretazione. La verità è l’altro e il suo cammino. È il sostegno che gli offriamo come, con noi, è accaduto quando ne avevamo bisogno. Ma senza evitare a lui di camminare, di sperimentare la fatica della ricerca di una soluzione, di una riconciliazione.

Questi versetti non possono avere come conseguenza che mettere l’altro nella condizione di fare il suo cammino, pur con tutta la fatica del caso.

 

 

Spunti di riflessione:

  • Mi soffermo sulle mie relazioni più problematiche: quale atteggiamento sto mantenendo? È aperta la porta del dialogo?