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Chi crede nel Figlio ha la vita eterna

 

 

Giovanni 6, 37-40
In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno.
Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

 

Nel giorno in cui tradizionalmente la chiesa commemora tutti i defunti ci sono tre diverse messe votive per la celebrazione, ciascuna con letture proprie, ma tutte invitano a contemplare la realtà futura che ci attende e a vivere nella speranza della vita eterna, quando il Signore sarà il Dio con loro, il loro Dio e asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate (Ap 21,3-4).

Questo brano dell’Apocalisse riprende una profezia di Isaia: In quel giorno, preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta la terra (Is 25,6-8).

L’Antico e il Nuovo Testamento sono attraversati da questa speranza, dall’attesa della liberazione, di un mondo nuovo in cui tutto quanto opprime l’uomo sarà eliminato. Così, spesso il dolore per la perdita di una persona cara è almeno in parte compensato e lenito dalla considerazione che ha smesso di soffrire. E questo vale per tutti, credenti e non credenti, perché è insito nel cuore umano l’attesa di una condizione di vita migliore, nella pace, di una vita non deturpata dal dolore.

La secolarizzazione e lo sviluppo economico iniziato nel secondo dopoguerra hanno molto ridotto il nostro orizzonte temporale, la nostra vita è tutta qui ed ora, scorre al tempo dei click di un mouse o di un touch screen. La prospettiva di questo futuro definitivo non è scomparsa, ma non ha più influenza su quanto accade qui ed ora, sul nostro stile di vita e sulle nostre scelte quotidiane.

La pandemia può essere un’occasione per ricordarci che la nostra vita, per essere vissuta bene, non può basarsi su nulla di quanto ne costituisce la dimensione finita, quella che in termini paolini si chiama “la carne”, la parte destinata a morire. E ricordare e pregare per i defunti, in particolare per quelli a noi più cari, significa mantenere la relazione con chi non c’è più, con chi non riusciamo più a vedere, ma in fondo al cuore sentiamo ancora presente, vivo in qualche modo.

Commemorare i defunti è uno dei modi forse più efficaci per dare testimonianza della propria fede, per dare speranza a un mondo ripiegato su di sé. È un compito importante affidato alla comunità cristiana, perché tutta la creazione attende la rivelazione dei figli di Dio (Rm 8,19). Tra i vari testi che la liturgia ci propone oggi, può essere utile fermarsi su questo brano della lettera di san Paolo ai Romani, perché può aiutarci ad essere più consapevoli di quanto la resurrezione dei corpi in cui crediamo e a cui siamo destinati in Cristo è liberazione anche di tutta la creazione, è la possibilità che tutto il creato – finito, mortale – si liberi dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. (Rm 8,21).

A maggior ragione nelle circostanze attuali così drammatiche e cariche di attesa, ricordando e contemplando quanti ci hanno preceduto sulla terra e ora sono già nella gloria al cospetto di Dio – come i santi – o quanti defunti sono ancora in cammino verso la pienezza, possiamo comprendere quanto sia vera la parola dell’Apostolo quando scrive: Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo (Rm 8,22-23).