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Il giudizio

 

Riprendendo la lettura continua del vangelo di Matteo entriamo nel cap. 7 e continuiamo a leggere il grande discorso di Gesù ai suoi discepoli che, dopo aver attraversato il tema della preghiera e della paura, affronta adesso la questione del giudizio.

Giudicare è proprio del pensiero dell’uomo. Sul giusto giudizio si costruiscono i discernimenti ed è fondamentale nelle scelte di vita. È fondamentale ancora per dare consigli, capire dove poter meglio spendere i propri talenti, raggiungere obiettivi importanti nella vita ed evitare sconfitte e fallimenti.

Di quale giudizio sta allora parlando qui Gesù?

Se guardiamo agli esempi che il vangelo riporta, possiamo individuarne almeno 3 categorie: un tipo di giudizio che non mira alla promozione dell’altro ma al suo seppellimento; un altro, in cui l’attenzione ricade sulla condizione di partenza di chi giudica; e un terzo, sul corretto giudizio di sé.

Proviamo a parlarne.

“Col giudizio con cui giudicate sarete giudicati”. Se non abbiamo in mente la promozione dell’altro nel giudicare, il suo fallimento sarà il nostro. A volte, pensiamo che la responsabilità di un comportamento sbagliato dipenda esclusivamente dall’autore materiale dell’azione in oggetto. Dimentichiamo che intorno ad ogni soggetto esiste un contesto la cui influenza è fondamentale nel suo sviluppo e nel suo modo d’essere. Non è difficile per chi cresce in un contesto criminale finire con l’incrementarne le fila. Ma anche situazioni di partenza di particolare agio e benessere possono finire con il determinare, in chi ivi cresce, distorsioni gravi nella percezione della realtà e delle sue esigenze e responsabilità. Bene: quando esprimiamo giudizi verso gli altri e prescindiamo da tutte le componenti di contesto, cioè dalla nostra responsabilità personale nel fallimento di uno solo degli uomini, stiamo giudicando noi stessi.

“Come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è la trave?”: ecco l’esame di un’altra situazione di giudizio. In questo caso, l’attenzione si sposta da chi, possibilmente, davvero sta compiendo una azione malvagia e, allo stesso tempo, si centra su chi lo sta giudicando, colpevole, magari, di azioni ancora più gravi. Ed è vero che spesso il giudizio degli altri fa come da scudo e da difesa per le nostre contraddizioni. Giudicando gli altri, distogliamo lo sguardo dai nostri comportamenti equivoci. Anzi, generalmente, più gravi sono le nostre contraddizioni, più rigidi ed inflessibili diventiamo nei confronti degli altri. In tutti questi casi, il giudizio che pronunciamo contro chiunque diventa giudizio contro noi stessi.

“Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio”: questo è la terza situazione di giudizio su cui Gesù punta l’attenzione. Il giudizio su noi stessi. È fondamentale al pari delle altre categorie presentate finora. A volte, un certo buonismo cristiano ci porta ad accogliere qualsiasi comportamento, qualsiasi azione in nome della infinita misericordia di Dio. E questo è profondamente vero, per una parte. Ma un cuore autenticamente riconciliato è un cuore che lascia traboccare da sé ogni gioia, perché ne goda il mondo intorno. “Ogni gioia” e non “ogni giudizio”. Dobbiamo riconoscerlo: troppo spesso i primi a non essere riconciliati con Dio siamo noi e questo si riflette nel nostro agire e nel nostro valutare i comportamenti degli altri. L’esigenza dell’auto-esame e della coerenza nostra con la misericordia che noi per primi abbiamo ricevuto diventa fondamentale per ogni altro passaggio nella vita.

Gesù stesso, unico giudice giusto, in cui giustizia, verità e amore coincidono resta al nostro fianco sempre e si fa riferimento per dare alla nostra vita ispirazione e modello.

 

 

Spunti di riflessione:

  • Nella mia vita, i miei giudizi mirano alla promozione dell’altro con sincerità e affetto?
  • Quanto sono libero e attento nel giudicare situazioni complesse? Sono superficiale rispetto alle situazioni di partenza e alla condizione stessa di disgrazia in cui ogni essere umano, in fondo, si ritrova?
  • Mi sottopongo personalmente al mio proprio esame di coscienza? Cerco di mantenere coerenza tra la grazia ricevuta e le mie azioni, omissioni, pensieri e parole?