• Tel: 06 697001 (centralino) - 06 6991653 (emergenze)

Meditazione Lun 25 Gennaio

Meditazione Lun 25 Gennaio

Meditazione Lun 25 Gennaio 440 277 Chiesa del Santissimo Nome di Gesù all’Argentina

Che devo fare Signore?

 

 

Atti 22, 3-16
In quei giorni, Paolo disse al popolo:
«Io sono un Giudeo, nato a Tarso in Cilìcia, ma educato in questa città, formato alla scuola di Gamalièle nell’osservanza scrupolosa della Legge dei padri, pieno di zelo per Dio, come oggi siete tutti voi. Io perseguitai a morte questa Via, incatenando e mettendo in carcere uomini e donne, come può darmi testimonianza anche il sommo sacerdote e tutto il collegio degli anziani. Da loro avevo anche ricevuto lettere per i fratelli e mi recai a Damasco per condurre prigionieri a Gerusalemme anche quelli che stanno là, perché fossero puniti.
Mentre ero in viaggio e mi stavo avvicinando a Damasco, verso mezzogiorno, all’improvviso una grande luce dal cielo sfolgorò attorno a me; caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perséguiti?”. Io risposi: “Chi sei, o Signore?”. Mi disse: “Io sono Gesù il Nazareno, che tu perséguiti”. Quelli che erano con me videro la luce, ma non udirono la voce di colui che mi parlava. Io dissi allora: “Che devo fare, Signore?”. E il Signore mi disse: “Àlzati e prosegui verso Damasco; là ti verrà detto tutto quello che è stabilito che tu faccia”. E poiché non ci vedevo più, a causa del fulgore di quella luce, guidato per mano dai miei compagni giunsi a Damasco.
Un certo Ananìa, devoto osservante della Legge e stimato da tutti i Giudei là residenti, venne da me, mi si accostò e disse: “Saulo, fratello, torna a vedere!”. E in quell’istante lo vidi. Egli soggiunse: “Il Dio dei nostri padri ti ha predestinato a conoscere la sua volontà, a vedere il Giusto e ad ascoltare una parola dalla sua stessa bocca, perché gli sarai testimone davanti a tutti gli uomini delle cose che hai visto e udito. E ora, perché aspetti? Àlzati, fatti battezzare e purificare dai tuoi peccati, invocando il suo nome”».

 

 

 

 

La festa della Conversione di san Paolo Apostolo ci fa contemplare la potenza di Dio che ha agito Saulo, convertendolo.

Egli da persecutore è divenuto l’Apostolo che ha accolto la fede in Cristo e l’ha diffusa, con una fecondità apostolica straordinaria.

L’incontro con il Crocifisso-risorto sulla via di Damasco lo cambia radicalmente, gli fa prendere coscienza della sua pochezza – questa è l’etimologia del suo nome – davanti al Signore che pensava di difendere.

Questa celebrazione chiude la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, il cui senso può essere illuminato da alcuni aspetti della conversione di san Paolo.

San Paolo si preoccupava al massimo dell’unità del popolo di Dio. Fu proprio questo il motivo che lo spingeva a perseguitare i cristiani. Saulo non tollerava che degli uomini del suo popolo si staccassero dalla tradizione antica, lui che era stato educato – come egli stesso dice con orgoglio – alla esatta osservanza della Legge dei Padri ed era pieno di zelo per Dio.

È dunque possibile essere pieni di zelo per Dio ma in modo sbagliato.

Mentre Paolo, pieno di fervore per Dio, usava tutti i mezzi e in particolare quelli violenti per mantenere l’unità del suo popolo, Dio lo ha completamente «convertito», rivolgendogli quelle parole che rivelano chiaramente chi sia la vera unità.

Lo racconta lui stesso: alla domanda «Chi sei, o Signore? Mi disse: Io sono Gesù il, Nazareno, che tu perseguiti».

Nelle tre narrazioni della conversione di Paolo molti dettagli cambiano: alcuni vengono aggiunti, altri scompaiono, ma queste parole si trovano sempre, perché sono veramente centrali.

Paolo non aveva coscienza di perseguitare Gesù, caricando di catene i cristiani, ma il Signore in questo momento gli rivela l’unità profonda esistente fra lui e i suoi discepoli: «Io sono Gesù il Nazareno, che tu perseguiti». Possiamo immaginare che proprio allora Paolo ebbe la prima rivelazione del corpo di Cristo, del quale ha parlato poi nelle sue lettere.

Tutti siamo membra di Cristo per la fede in lui: in questo consiste la nostra unità. Gesù stesso fonda la sua Chiesa visibile.

Il racconto prosegue: «Che devo fare, Signore?» chiede Paolo, e il Signore non gli risponde direttamente: «Prosegui verso Damasco; là sarai informato di tutto ciò che è stabilito che tu faccia».

Gesù lo manda alla Chiesa, non vuole per il suo Apostolo una conversione individualistica, senza alcun rapporto con gli altri discepoli. Paolo deve inserirsi nella Comunità, Corpo di Cristo, al quale deve aderire per vivere nella vera fede.

Dopo la sua conversione Paolo ha conservato in cuore il desiderio di essere unito al popolo di Israele.

Alla fine della lettera ai Romani descrive questo sentimento interiore con parole toccanti:

«Dico la verità in Cristo, non mentisco, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anatema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. Essi sono Israeliti e possiedono l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli».

Paolo non vuole salvarsi da solo senza i suoi fratelli, da ciò nasce il desiderio che tutti conoscano Cristo, che ciascun uomo trovi l’unità con il fratello nell’unità con Cristo.

Anche noi dovremmo avere lo stesso desiderio di Paolo, avere quella tristezza davanti alle divisioni, che non impedisce di essere gioiosi in Cristo, perché è una tristezza secondo Dio, che ci unisce intimamente al cuore di Cristo.

È la sofferenza per i figli che non si riconoscono tali perché non innestati in Cristo, è la sofferenza per i cristiani che sono divisi e non giungono all’unità che il Signore vuole, che è Lui stesso.