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Non solo cercatori di pane

 

Il Tempo Pasquale ancora una volta ci invita alla rilettura, a partire dal “sepolcro vuoto”, dei fatti accaduti prima della risurrezione, nel tempo della sequela e della vita dei discepoli con Gesù, durante i giorni della sua vita pubblica e della sua predicazione.

Esplicitare questo punto di vista non è scontato: per certi versi, infatti, la narrazione degli episodi dei Vangeli resta ancorata al processo cronologico e biografico, che dà solo per implicito il punto di vista evidentemente post-pasquale degli autori.

Inoltre, è diverso leggere uno stesso testo nel Tempo Ordinario, tra Natale e Quaresima, oppure, nella stessa Quaresima o, ancora, adesso, dopo Pasqua.

“Credere in colui che Dio ha mandato” a partire dalla possibilità della sua resurrezione significa raccogliere l’invito a non precludere e a integrare, nella rilettura del “ricordo” della sequela, una dimensione ulteriore, un meta-significato. In altri termini, assumere che nei “fatti” della vita di Cristo si nasconda un significato ulteriore, un “di più” di senso che ne rappresenta il nocciolo più autentico e più vero.

In questo caso, nella ricerca della folla e nelle parole che Cristo le dedica all’indomani della moltiplicazione dei pani, ciascuno di noi viene invitato a mettersi sulle tracce del proprio senso ulteriore, andando oltre gli eventi concreti, andando verso significati e valenze simboliche.

Cristo stesso ci indica la via: ciò che accade nella moltiplicazione dei pani non è importante in sé, ma nel suo valore di segno che rinvia ad altro, in questo caso, all’impegnarci nella ricerca di ciò che “rimane per la vita eterna”, nella ricerca di ciò che non perde di valore, di ciò che il “Figlio ci ha dato”.

In questa linea, il pane moltiplicato e la provvidenza di ogni giorno rimandano direttamente all’identità stessa di Gesù, su cui “il Padre ha posto il suo sigillo”. Non siamo più, quindi, soltanto “cercatori di pane”, neppure del solo “pane che non perisce”, ma cercatori della stessa figliolanza di Cristo, cercatori di un “Padre – davvero – nostro”, del suo “sigillo” su ciascuno di noi.

Il segno materiale del pane, dell’amorevole provvidenza che sperimentiamo nella vita quotidiana, ci spinge, in altri termini, a riscoprire la nostra stessa identità, quella di figli amati.

 

Spunti di riflessione:

  • Percepisco, nel mio quotidiano, di essere figlio amato, in modo specialissimo, dal Padre? Posso provare a richiamare alla memoria tutti i momenti in cui ho avvertito la bellezza e il “buon sapore” di questo amore speciale…
  • Faccio mia e assumo la prospettiva dell’Uomo “che ha vinto la morte”? Ossia: colgo, riconosco e vivo, io stesso, come “essere già resuscitato”, nell’esperienza battesimale, per il quale questa stessa vita nel tempo non è il tutto della vita alla quale sono chiamato? Colgo riconosco e vivo che la mia personale relazione con il Padre trascende ogni dimensione dell’esistere e mi apre alla felicità della resurrezione, della vita eterna, nella quale sono già innestato?