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Sei libero, per essere felice

 

Il Vangelo di oggi torna a farci approfondire la figura del pastore come immagine di Cristo.
Mi pare che due aspetti siano ben sottolineati.
Il primo è relativo alla dimensione sacrificale della sua esistenza, mentre il secondo potrebbe essere quello relativo al mercenario.
Tutti quanti, nella nostra vita, ci siamo ritrovati, in alcune circostanze, nelle mani di mercenari. Succede nelle amicizie, nei rapporti di lavoro. A volte, persino con le pubblicità alla TV, quando considerano gli spettatori come clienti prima che come persone.
Difficilmente, invece, sperimentiamo l’altra dimensione, quella sacrificale, così come la descrive il Vangelo, ossia, letteralmente qualcuno disposto a morire per la vita di un altro individuo.
Mi soffermo su due elementi che reputo interessanti in relazione ad entrambi gli aspetti.
Da una parte, il mercenario. Qui, generalmente, la nostra tendenza è quella della “nuora” sempre pronta ad elencare gli errori delle “suocere” della nostra vita. O, se preferite, viceversa: “suocere” che si lamentano delle “nuore”.
Ma l’immagine del mercenario, nel suo campo semantico, ha un “di più”: contiene la parola “merce” ed evoca, quindi, anche la possibilità di una certa “mercificazione” della nostra identità, di ciò che siamo.
Ora, può darsi che, magari alle nostre spalle, qualcuno ci venda come merce. Ma, delle volte, è pur vero che siamo noi stessi a stare “come merci” nel grande “mercato” della vita.
A volte, perché abbiamo una bassa stima di noi stessi. Altre volte perché vogliamo attirare, in qualsiasi modo, l’attenzione di un possibile “compratore”… In tutti questi casi, esiste un “mercenario” anche perché noi ci siamo ridotti a “merce”, abbiamo “mercificato” la nostra più intima identità.
Dall’altra parte, il pastore che dà la vita per le pecore.
Questa immagine è interessante perché tanta letteratura neotestamentaria e anche tante prefigurazioni veterotestamentarie indicano, nella morte in croce di Cristo e nella sua resurrezione, il vertice della Rivelazione dell’amore di Dio. La croce non sarebbe, in questa lettura, il peso delle sofferenze inflitte a Cristo a causa del nostro peccato (come accade di sentire in certe catechesi), ma la misura del grande amore di Dio per noi, pronto a giocare la sua stessa vita per la nostra felicità e pienezza.
Se intendiamo così le cose, la liberazione precederebbe la creazione stessa: starebbe all’inizio di ogni cosa. L’uomo sarebbe creato, sin dall’inizio, per la sua stessa felicità e pienezza, al costo, estremo, della vita di Dio.
La dimensione sacrificale della morte e resurrezione di Cristo, continuando a riflettere in questa linea, precedono, quindi, la vita dei credenti di ogni luogo e di ogni tempo, tanto dei credenti che stanno “dentro” al recinto del medesimo credo, come quelli che stanno “al di fuori”.
Quali implicazioni allora, avrebbe il fatto che la morte di Cristo stia “a monte” della mia stessa vita?
Significa che la mia vita è realmente una “avventura della libertà”. Significa che davvero, nelle scelte, quotidiane, io, questa vita, posso giocarmela sul serio. A volte centrando l’obiettivo. E, fin qui, va tutto bene.
Ma, altre volte, sbagliando grossolanamente, per ignoranza, per superficialità, per inganno…
Cosa dovrei dire, allora, in questi casi? La paura del male possibile potrebbe arrivare a paralizzare perfino i miei più elementari “discernimenti” quotidiani! A volte, è proprio vero: la paura di sbagliare può arrivare a paralizzarci.
Dovrei, proprio in questi momenti, ricordare che Cristo è morto per la mia libertà: per la libertà nostra di far bene, ma anche per la libertà di sbagliare, liberi, appunto, dalle paure che ci paralizzano. Cristo è morto anche perché noi, della nostra libertà, potessimo farne un uso pieno. A volte, drammaticamente pieno.
Fino al punto di crocifiggere il nostro stesso Salvatore. In fondo, degli uomini come noi lo hanno fatto.
La morte di Cristo diventa garanzia di libertà nella storia di ogni uomo, affinché a ciascuno sia dato di osare, di scommettersi, di sognare e realizzare il sogno di sé stesso come capolavoro. Anche a costo di errori, anche gravi che possiamo, in qualsiasi momento del processo, commettere. Di ferite che possiamo procurare, a noi stessi e agli altri intorno a noi.
Cristo non muore soltanto per il peccato dell’uomo. Muore essenzialmente per la sua libertà. Muore per darci la possibilità di sognare e realizzare la nostra felicità e pienezza, liberi dalla paura di sbagliare.

 

Spunti di riflessione:
– Riconosco momenti, aspetti, circostanze della mia vita in cui mi sono ridotto a “merce” nelle mani altrui?
– Sto vivendo questa vita giocandomi, interamente e con audacia, nella libertà che mi è stata data e che è “costata” la vita di Dio, al solo scopo di farmi felice, vero e autentico?