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Non abbiate paura

La lettura continua del Vangelo di Giovanni ci riconduce ad una nuova revisione post-pasquale del tempo della sequela.
I discepoli sentono e sperimentano la pace nel cuore e si incoraggiano reciprocamente con lo stesso “Non abbiate paura!” di Gesù, che, in tante circostanze, certamente, avrà caratterizzato la sua predicazione.
Vale la pena soffermarci sul ruolo, quindi, della paura nella vita cristiana.
Una prima nota di metodo: ci sono, essenzialmente, due modi di approcciare la Scrittura. Quello più “kerigmatico”, che va dal testo alla vita e che mette al centro la Parola di Dio, individuandone gli aspetti che parlano alla vita di ciascuno, e l’altro, più antropologico, che dagli interrogativi della vita muove verso il testo biblico. Oggi seguiremo questo secondo metodo.
La paura è, infatti, un sentimento che torna spesso nella vita dei discepoli e, io direi, in ogni vicenda umana di cui la Scrittura intera, Antico e Nuovo Testamento, ci parlano.
Nel caso di Genesi 3, ad esempio, Adamo aveva paura al sentire la voce di Dio perché era nudo.
Prendere coscienza della nudità è assumere le conseguenze del peccato. E sono proprio queste, le conseguenze del peccato, a generare paura.
Se questo è vero, proviamo a traslare lo stesso ragionamento rispetto ad una paura atavica per l’uomo: la paura della morte. Vale davvero lo stesso criterio.
La morte è conseguenza del peccato: da qui si origina la paura. Non è paura o presa di distanza dal male che la morte è, e di cui non conosciamo nulla, ma dalle sue conseguenze, che, invece, conosciamo bene.
Nulla possiamo dire dell’atto di morire, di ciò che accade a chi muore, dopo la morte. Qualcosa, invece, possiamo dire del risultato del morire, attraverso l’immagine, terribile e dolorosa, del cadavere innanzi a noi. Pertanto, le conseguenze del male e del peccato paiono più dannose di quanto riconosciamo come male e peccato nella nostra storia, a causa degli effetti che procurano su di noi.

L’affermazione non è banale: il vero dramma non è il peccato, ma le sue conseguenze. Capiamo bene che la paura è peggiore del peccato stesso. E, in effetti, tutta la letteratura spirituale ci spinge, addirittura, a riconoscere una certa “piacevolezza” nel peccare. Piacevolezza che svanisce subito allorquando si fanno visibili le sue conseguenze. Se provate a fermarvi e a pensarci, al positivo, le parole “Prendi il tuo lettuccio e va’!” non nascono, forse, all’interno della stessa dinamica?
Lo storpio torna a camminare, sono cancellate le conseguenze della colpa. Ma il lettuccio resta segno di qualcosa che rimane e che ha un suo peso. Qualcosa che resta a monito per la vita intera, ma che non impedisce più di correre e sognare.
Se il peccato fosse davvero “non centrare il bersaglio” come l’etimologia biblica originaria sembra indicare, non è grave di per sé, ma lo diventa per le sue conseguenze: sbagliando bersaglio rischio di ferire qualcuno. Alla meglio, ferisco me stesso, con la frustrazione di non aver raggiunto l’obiettivo prefissato…
La paura, quindi, è conseguenza del peccato. È duratura. Ed è fortemente condizionante, nelle scelte e nelle azioni che, dall’atto di peccato in poi, scaturiscono.
In ultima analisi, però, la paura è anche una menzogna: il peccato l’ha determinata come nuova condizione apparente, come se fossimo dentro una bolla di sapone. La paura ci fa sentire inamabili, ci dispera, ci sfianca. Ma basta un sorriso, una mano amica, un gesto di fiducia, di affetto, di speranza, per rompere la menzogna e riportarci alla realtà di ciò che siamo: amabili, speranzosi, gioiosi. Di più, figli amati, che hanno ricevuto in pegno la speranza e corrono felici verso una vita piena ancora possibile.

Spunti di riflessione:
Quali sono le mie paure più grandi?
Come le vivo?
Cosa mi aiuta a superarle?