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È bene per voi che io me ne vada

Il brano evangelico di oggi ci spinge ad approfondire il senso e le conseguenze “dell’andarsene” di Gesù, del suo accogliere come finita a sua esistenza umana, al pari di ogni altro uomo.

Il suo modo di esprimersi, ancora una volta, chiarisce l’interiore situazione di chi lo ascoltava, come quella dell’intera comunità giovannea che ha redatto, a distanza di anni dai fatti narrati, l’intero vangelo.

“È bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore”: ci sono esperienze umane, che, se non si chiudono, non danno spazio ad una crescita autentica.

Non si può rimanere, ad esempio, figli per sempre. Anche nelle fasi di sviluppo, arriva un momento in cui bisogna andare oltre l’identità e la reciprocità di relazioni assunte e vissute nel contesto familiare per lasciare emergere un profilo nuovo, originale e autentico di chi cresce.

Sembra banale, ma è una delle più difficili fasi di passaggio nella nostra vita: tra contrasti, abbracci, scontri, anche violenti, e riconciliazioni si consuma, spesso, il transito da una fase d’età a un’altra.

Lo stesso accade quando, magari, per questioni lavorative, siamo costretti a reinventarci. Così, anche nell’ambito delle amicizie: i tempi dell’infanzia possono diventare una trappola quando finiscono con il convincerci di una loro utopica bellezza.

Per crescere, qualcosa deve morire. Per decidersi, qualcosa va tagliato. Per discernere, bisogna mettere in conto la libertà necessaria a separarci da quanto ci lasceremo alle spalle.

Si tratta di momenti, passaggi, certamente dolorosi, ma necessari.

La nostra tendenza automatica sarebbe quella di trattenere tutto e il suo contrario, senza mai risolvere o sciogliere le contraddizioni che, inevitabilmente, si producono nella vita di ogni giorno.

Allo stesso modo accade, per la comunità di Giovanni e, prima ancora, per gli stessi discepoli con l’esito terribile e drammatico della vita di Cristo, conseguenza diretta di una scelta e di una responsabilità che Cristo ha fatto sua nello stesso essere Figlio del Padre.

Quell’intimismo, a volte legittimo, che ci spinge, però, a considerarlo sempre “al nostro fianco” vanifica una verità fondamentale: il Signore della vigna l’ha lasciata nelle mani dei suoi vignaioli.

E, credetemi, chi ha fatto esperienza del lavoro nei campi conosce bene la differenza tra l’essere un salariato senza interesse alcuno per il campo stesso e l’esserne proprietario.

La Parola di Vita, seminata nei nostri cuori, è affidata alla nostra cura, con l’assistenza dello Spirito di Cristo che ci sostiene e accompagna nel cammino.

Ma che richiede, in ultima analisi, che esercitiamo il nostro più proprio protagonismo.

 

 

Spunti di riflessione:

  • Sono entrato con convinzione “nell’età adulta della fede”?
  • So prendermi cura del mio cammino spirituale?
  • Vivo con distacco le questioni relativa la vita della Chiesa, da quelle più locali, magari proprie della mia comunità, a quelle universali, proprie, invece, dell’intera comunità credente nel suo cammino per il mondo e nella storia?